Il testimone: ho ricevuto minacce da Modena
Vincenzo Pipino: hanno scritto “Quando i pesci escono dall'acqua meglio che stanno muti”
Una lettera di minacce spedita di recente da Modena a un testimone chiave del processo “Borsellino quater”, sulla strage di via D’Amelio, dove morirono il giudice e la sua scorta. A raccontarlo in aula è lui stesso, Vincenzo Pipino: «Ho ricevuto - ha detto - una lettera da Modena in cui c'era scritto che “Quando i pesci escono dall'acqua è meglio che stanno muti”. Ho avuto anche diversi problemi con la Questura di Venezia che ha proposto per me la sorveglianza speciale». Le minacce, ha sostenuto Pipino, sarebbero legate alla sua testimonianza al processo. Testimonianza che ha toccato il ruolo di Vincenzo Scarantino, il falso pentito autoaccusatosi del furto della 126 usata come autobomba per la strage, quando era detenuto a Venezia.
Vincenzo Pipino trascorse all'incirca una settimana nella stessa cella con Scarantino nel carcere di Venezia. Vi fu trasferito per iniziativa dell'allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, affinchè raccogliesse le confidenze dal falso pentito. «Non avevo nessuna intenzione -ha detto Pipino in aula- di raggirare Scarantino. Quando arrivai in cella gli scrissi un biglietto per avvertirlo che la cella era microfonata. Ma lui non sapeva leggere, per cui glielo feci capire. A suo carico aveva solo una denuncia per ricettazione, legata proprio al furto della 126. Continuava a ripetere che non c'entrava nulla e che era stato coinvolto nel furto della macchina, da un suo amico. Non mi andava di aiutare La Barbera. Se lo avessi aiutato, avrei messo in pericolo sia la mia vita che quella di Scarantino. Dopo tre-quattro giorni che ero in quella cella, decisi di staccare le microspie per dimostrare a tutti che non volevo essere coinvolto. Avevo appreso, fra l'altro, da malavitosi della mafia calabrese, che già dall'86 faceva parte dei servizi segreti. Era un bravo poliziotto, ma non mi piaceva il suo stile di vita. Frequentava night club, andava a letto con la sorella della mia testimone di nozze e mi dissero che aveva un Rolex che gli era stato regalato da gente poco raccomandabile. Quando rivelai a La Barbera che Scarantino proclamava la sua innocenza - ha proseguito Pipino - lui non fece una piega e mi disse che era una questione delicata e che di questa storia non avrei dovuto parlarne con nessuno».
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