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La battaglia contro i “chioschi bulgari” in cemento armato

A chiamarli “chioschi bulgari” è stato l’ex assessore Graziano Pini. Tutti uguali e a base di cemento armato, “pesanti” con colonne da mezzo metro e passa di larghezza, alcuni di dimensioni...

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A chiamarli “chioschi bulgari” è stato l’ex assessore Graziano Pini. Tutti uguali e a base di cemento armato, “pesanti” con colonne da mezzo metro e passa di larghezza, alcuni di dimensioni spropositate e inseriti nel verde pubblico. Il progetto su cui sta indagando la magistratura, portato avanti e difeso a spada tratta da Pighi e Sitta, prevedeva dodici strutture modulari, poi ridotte a sette. Qualcuna di dimensione contenuta (bar di pochi moduli), una gigantesca (una pizzeria aperta tutto l’anno, una dozzina di modili per più di cento posti ma sedere).

Presentato come progetto di riqualificazione del parco, ha attirato prima le ire di Italia Nostra, poi dell’ambientalista Gaetano Galli, del senatore Carlo Giovanardi e di alcuni comitati e gruppi spontanei sorti per “salvare il parco dal cemento”. Gli esposti alla procura della Repubblica sono stati almeno otto. Di fronte alle accuse, la difesa del progetto ha sfruttato alcune carte: il parco non è tutelato (tesi contestata carte alla mano), il cemento armato è necessario per le norme antisismiche (ma non è vero), se non interveniamo il degrado si impadronirà dell’area.

In realtà, le strutture in sostituzione dei vecchi chioschi - che avevano comunque problemi di varia natura - erano state pensate per funzionare non solo d’estate, ma anche in inverno. Quindi con i camini delle cucine fra gli alberi.

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