San Geminiano, l’omelia del vescovo nella messa in Duomo per la festa del patrono
Don Erio Castellucci: «Grazie a Dio sono molti, nelle nostre comunità, quelli che nel silenzio si lasciano raggiungere dalle povertà e reagiscono all’indifferenza e al disprezzo con generosità e dedizione. Non è un caso che Modena sia stata scelta come Capitale italiana del Volontariato»
Folle “stanche e sfinite”: proviamo a immaginarcela, questa massa di gente che segue Gesù. Il Vangelo informa che dovunque, per città e villaggi, incontrava malati e infermi, poveri e sofferenti, peccatori ed emarginati. E lui si lasciava trovare, interpellare, toccare e sfidare. Venti secoli dopo le folle sono sempre “stanche e sfinite”. Gesù sicuramente le definirebbe anche oggi “pecore che non hanno pastore”. Sono le folle affamate di cibo e assetate di acqua: centinaia di milioni di persone nel mondo; ma anche quelle affamate di affetto e assetate di speranza. Sono le folle di malati che non hanno possibilità di accedere ai servizi sanitari essenziali: circa la metà degli abitanti del pianeta, soprattutto nei paesi poveri; ma sono anche le folle ferite da patologie della mente, del cuore, dell’anima: e spesso proprio nei paesi ricchi. Sono le folle della gente sola: un paradosso quasi incredibile, se pensiamo alla possibilità di comunicare con tutti “in tempo reale” attraverso il digitale, a fronte dell’aumento dei fenomeni di isolamento, rabbia e aggressività, anche tra adolescenti e giovani. Sono le folle dei paesi in guerra; guerra che è il concentrato simbolico di tutti i mali: morte, distruzione, violenza, povertà, divisione, devastazione del creato. Circa due miliardi di persone abitano territori di guerra; ma ci raggiungono solo le notizie, di quelli che sono appetibili dal punto di vista strategico e attraenti dal punto di vista economico. È scomodo, ma è necessario guardare le folle, come faceva Gesù.
A che serve però immergersi in questo elenco deprimente, che potrebbe prolungarsi all’infinito, se non possiamo farci nulla? Che senso ha fissare lo sguardo sulla marea di “pecore senza pastore”, sull’umanità smarrita, nel mondo e tra di noi – forse anche dentro di noi – se poi non cambia niente? Chi segue Gesù però non può volgere gli occhi altrove, ma deve avere l’audacia di fissare la realtà, di informarsi, di cercare notizie autentiche, di aggirare la propaganda messa in rete ad arte da chi vuole distorcere l’opinione pubblica. E deve farlo con una speranza ostinata, senza cedere alla rassegnazione. Puntare lo sguardo sulla folla, come Gesù, significa prima di tutto documentarsi; cosa piuttosto rara in un mondo in cui scorrazzano le fake news e dove i commenti sono diventati più importanti delle fonti. La prima nemica della pace è la menzogna, che si coltiva diffondendo luoghi comuni, pregiudizi e calunnie. Nel secolo scorso le dittature hanno praticato strategie di diffamazione e manipolazione, sfociate in odio e sterminio di massa. Ma anche nel nostro secolo gli interessi politici, economici e finanziari falsano le informazioni e alimentano i conflitti.
Gesù però non vede solo il dolore; anzi, guarda queste folle come “messe abbondante”, cioè come campi fertili, pieni di frumento. Non scorge nella gente solo i bisogni, ma anche le risorse; non nota solo le povertà, ma anche le ricchezze. La messe, insomma, per lui non è un campo arido e sterile, ma un terreno promettente. Che cosa fa allora? Compie due azioni. La prima, in realtà, non è un’azione, ma – propriamente – una passione: dice il Vangelo che, “vedendo le folle, ne sentì compassione”. Prima di fare qualcosa per cambiare la realtà, Gesù si lascia interpellare dalla realtà. La “compassione”, come la intende Matteo, è un’agitazione del cuore, letteralmente un movimento viscerale. Gesù avverte come sua la stanchezza e sfinitezza di quella gente.
Papa Francesco ci ha messo in guardia in tutti i modi dall’indifferenza, che è il contrario della compassione; anzi, dalla “globalizzazione dell’indifferenza”, da cui vedeva colpita la nostra epoca. Gli esempi che vengono da alcuni detentori del potere nel mondo sembrano confermare questa valutazione: le fatiche delle folle sono trattate, talvolta anche ai massimi livelli, con freddezza e distacco, con calcoli numerici di convenienza elettorale, persino con apatia. Le folle entrano dell’algoritmo come termometri dei flussi del consenso. Grazie a Dio però sono molti, nelle nostre comunità civili e religiose, quelli che nel silenzio si lasciano raggiungere dalle povertà materiali, morali e spirituali, e reagiscono all’indifferenza e al disprezzo con generosità e dedizione. Non è un caso che Modena sia stata scelta quest’anno come Capitale italiana del Volontariato, riconoscendovi una rete di solidarietà che conta non meno di 70.000 persone, organizzate in oltre 1.700 associazioni. E sono calcoli per difetto, non essendo possibile censire i gesti quotidiani di assistenza e custodia nelle nostre case, nei luoghi di incontro, di lavoro, educazione, assistenza, intervento e cura. Questa fittissima rete di bene deve fare cultura, trovare vie più efficaci di comunicazione, per contrastare l’impressione che vinca l’indifferenza. C’è invece un bene, nascosto e radicato, che tiene in piedi la nostra convivenza civile.
L’altra reazione di Gesù, dopo la compassione, è l’organizzazione di una risposta in équipe: “chiamati a sé i dodici discepoli”, li manda a pregare, guarire e combattere il male. Non vuole fare tutto da solo, ma istituisce una task force di bene, il gruppo degli apostoli, il primo nucleo della Chiesa. La tentazione di fronte all’esplosione del male, usando questa volta un’espressione di papa Leone, è “la globalizzazione dell’impotenza”, il rischio di tirare i remi in barca, perché i problemi sono troppo grandi per le nostre forze. No: al male si reagisce con l’organizzazione del bene. Le istituzioni qui rappresentate, nella Casa di san Geminiano, sono espressione del bene organizzato, la risposta più efficace al male che si infiltra nella società. L’organizzazione del bene, attraverso enti, realtà pubbliche e istituzioni, dà una risposta efficace e duratura. Non esistono, certo, istituzioni e organizzazioni perfette sulla terra. Ma attaccare, irridere e delegittimare le istituzioni, locali, nazionali e sovranazionali, come pur talvolta avviene anche a livello geopolitico, significa colpire al cuore gli strumenti della convivenza civile e nuocere alla causa della pace.
La globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza scivola in quel fenomeno che si può definire “globalizzazione dell’arroganza”. Già gli antichi greci denunciavano con una parola, di solito tradotta con “tracotanza” (hybris), il superamento di ogni limite nell’orgoglio e nella superbia. Il dibattito pubblico e privato guadagna dal confronto, ma perde dalla calunnia. San Geminiano, che seguendo Gesù si lasciò commuovere dalle sofferenze e riorganizzò la società ecclesiale e civile a Modena nella seconda metà del IV secolo, ispiri tutti noi, cittadini e fedeli, volontari e rappresentanti delle istituzioni, a vincere l’indifferenza, l’impotenza e l’arroganza, e giocare – anzi, continuare a giocare – la partita della compassione e dell’organizzazione del bene: certi che, nonostante le apparenze, la tenacia operosa del bene vince sulla rumorosa prepotenza del male.
* arcivescovo di Modena-Nonantola
