Dietro la famiglia “per bene” un inferno: «Ecco chi è davvero mio padre e cosa ci ha fatto subire»
Confermata in appello la condanna di un imprenditore, uomo violento e ossessionato dal controllo che ha tolto privacy e libertà di vivere a moglie e figli: «Schiaffi, pugni, botte in testa erano la regola un sistema che lui chiamava “educativo”. Non può andare in giro dicendo essere stato assolto»
MODENA. È stata confermata in appello la sentenza di primo grado nei confronti dell’imprenditore, accusato nel 2024 da moglie e figli di gravi maltrattamenti familiari. Secondo quanto emerso nel corso del procedimento, l’uomo esercitava un controllo pervasivo e oppressivo sull’intero nucleo familiare. Determinante ai fini dell’indagine è stata la denuncia presentata nel 2021 dalla figlia, oggi venticinquenne e prossima alla laurea in giurisprudenza, che ha consentito l’avvio di un processo lungo e complesso, conclusosi in primo grado con una condanna a cinque anni di reclusione. In appello, la pena è stata ridotta a quattro anni. Questa è la storia di Caterina (nome di fantasia).
Che tipo di famiglia era la vostra, vista da fuori?
«Da fuori era una famiglia per bene, benestante, conosciuta e rispettata da tutti. Mio padre era un imprenditore, giustamente attento alla sua immagine. Dentro casa, però, era tutt’altra cosa. Era una famiglia basata sul controllo, sull’obbedienza e sulla paura».
Quando dici controllo, cosa intendi concretamente?
«Intendo che nulla ci apparteneva davvero. I telefoni dovevano essere sempre carichi e venivano controllati e localizzati ogni giorno. Avevamo un unico account familiare, gestito da lui con restrizioni sulle funzionalità. Nelle case c’erano telecamere: diceva che servivano per la sicurezza, ma servivano per sorvegliarci. Ci parlava attraverso le telecamere, chiedeva dove fossimo, cosa stessimo facendo. Non potevamo chiudere la porta della nostra stanza. La privacy non esisteva».
E la violenza fisica?
«Era costante. Schiaffi, pugni, botte in testa. Non episodi isolati, ma un sistema che lui chiamava “educativo”. Se non stavi alle sue regole, in sostanza, erano botte. Diceva che era “educazione”. Del resto, davanti al giudice lo ha detto chiaramente: i figli andavano educati».
Avevate paura?
«Sì. Sempre. Non solo per le botte, ma per il clima di ossessivo controllo e privazioni. A volte ci chiedevamo a vicenda di proteggerci perché sapevamo già l’epilogo della serata a casa. Mio padre è sempre stato un uomo di parola, nella violenza».
Vostra madre che ruolo aveva?
«Era completamente annullata e spaesata. Una schiava silenziosa a cui dovevano essere impartiti solo dei compiti quotidiani. Ho una mamma molto bella e in quegli anni quasi non si vedeva più e lei non vedeva in altro modo la sua vita. Non aveva un conto corrente privato, lavorava nell’azienda di famiglia e talvolta faceva d’autista alla suocera perché non era contemplato che potesse avere l’esigenza di fare altro. In più doveva essere la perfetta donna di casa che ancora oggi a distanza di anni porta avanti le stesse abitudini. La violenza crea un automatismo, nel silenzio, spaventoso. Non aveva alcun potere decisionale sulla vita dei figli e sulla sua. Doveva giustificare ogni spesa, ogni uscita, ogni scelta. È stata isolata anche dalla sua famiglia di origine. Per anni, non ha avuto contatti con i suoi genitori e i suoi fratelli».
Tu eri l’unica figlia femmina. Questo ha inciso?
«Sì. Moltissimo. Io dovevo fare i lavori di casa, mentre i miei fratelli no. Io dovevo giustificarmi. Io dovevo soprattutto stare zitta, come mia madre. Siamo donne, la nostra parola davanti un uomo non vale niente. E quando ho iniziato a studiare all’università, a sviluppare un pensiero critico, a ribellarmi ai suoi ordini, la violenza è aumentata. Perché era intollerabile per lui che una donna potesse dire la sua. Era una cosa, questa, che non doveva esistere. Anche la mia vita universitaria non era comunque serena e vissuta a pieno poiché un caffè con gli amici era un’autorizzazione da avere anche a vent’anni».
C’è stato un momento preciso in cui hai deciso di andartene?
«Sì. Il giorno del mio ventunesimo compleanno. L’intenzione era quella di festeggiare il mio compleanno fuori casa. Lui era contrario, ma io sono andata lo stesso, sono scappata fuori. Mi ha detto che quando sarei tornata a casa mi avrebbe “riempita di botte”. Allora sono uscita con uno zaino, il computer, un libro e il caricatore del telefono. Non sono più rientrata. Mi ha accolto la famiglia del mio fidanzato dell’epoca, che ha capito la situazione. Mi hanno permesso di stare con loro per mesi, aiutandomi da tutti i punti di vista».
Denunciare è stato immediato?
«No. Prima ho dovuto mettermi in salvo. Avevo ancora la localizzazione attiva sul telefono, non riuscivo a disattivarla. Ho dovuto cambiare dispositivo. Poi ho incontrato le persone giuste: un’avvocata prima e un avvocato poi, che, prima di tutto, mi ha ascoltata e mi ha fatto praticamente da padre, ma soprattutto mi ha creduta. Non finirò mai, di ringraziarlo, come non finirò mai di ringraziare il centro antiviolenza per tutto il supporto che mi è stato dato».
In tribunale com’è stato?
«Devastante. Sei tu a dover dimostrare di non mentire. Volente o nolente, ti mettono in discussione come donna, come figlia, come persona. Mio padre, ovviamente, ha provato a screditarmi in ogni modo: dicendo che lo facevo per soldi, che mentivo, che avevo comportamenti “immorali”. La nonna paterna addirittura ha raccontato in giro che vendevo video pornografici online. Tutto pur di farmi passare per bugiarda e per una figlia problematica. Invece né io né i miei fratelli né tanto meno mia madre abbiamo preteso risarcimenti. Volevamo essere solo liberi di non essere più picchiati, controllati e denigrati».
Ma la condanna è arrivata.
«Sì. È stato riconosciuto colpevole sia in primo grado che in appello. Per me è stato importante, perché ha certificato che non ero pazza, che non esageravo, che quello che avevo vissuto era violenza… ma la sentenza non cancella tutto. Non cancella il dolore che una figlia prova nei confronti di un padre che non ha mai forse compreso come i figli devono essere trattati e soprattutto per aver sempre pensato di essere migliore di loro».
Quale pensiero pensi possa avere oggi?
«Non lo so. Posso solo sapere qual è il mio. Un padre che pensa a ricostruire la sua immagine e non un rapporto con i figli, mai coltivato, penso che parli molto forte. È stato giudicato colpevole e certo non si può parlare di un’assoluzione. Pensare di avere sempre il comando su tutto poi ti discosta da te stesso perché perdi il controllo della tua vita».
Hai ancora paura?
«Sì. La paura resta. E, se devo essere sincera, resta anche la rabbia. Resta il senso di essere stata privata di pezzi di vita che non torneranno. Resta il dispiacere di non aver avuto due genitori che percorressero lo stesso cammino. Ma resta anche la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta».
Cosa diresti a chi vive oggi una situazione simile?
«Che la violenza non è solo uno schiaffo. È anche controllo. È isolamento. È dover chiedere il permesso per vivere. È sentirsi dire che senza l’altro non sei nessuno. Denunciare è difficilissimo. Ti senti sola, non creduta, giudicata. Ma denunciare è l’unico modo per rompere il silenzio. Io avevo paura. Ce l’ho ancora. Ma oggi so una cosa: nessuno ha il diritto di decidere chi sei, cosa vali, come devi vivere. E questa verità vale più di qualsiasi paura».
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