Se ne va Giuseppe Fogliani, nome di battaglia “Ubersetto”: era uno degli ultimi partigiani di Modena
Peppino, come tutti lo chiamavano, è morto a 100 anni: con la sua scomparsa se ne va un altro testimone diretto della Resistenza a pochi giorni dalla Festa della Liberazione. Agricoltore e allevatore di suini, negli anni della guerra lavorava come operaio alla Ferrari
MODENA. Nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 aprile si è spento Giuseppe Fogliani, detto Peppino, uno degli ultimi partigiani combattenti della città. Aveva superato da poco i cento anni – era nato il 21 gennaio 1926 – e con la sua scomparsa se ne va un altro testimone diretto di una stagione decisiva della storia italiana, quella della Resistenza. Fogliani, che durante la lotta partigiana aveva scelto come nome di battaglia “Ubersetto”, dal nome della frazione di Formigine dove risiedeva, ha attraversato il Novecento mantenendo sempre un forte legame con le proprie radici. Per tutta la vita ha lavorato come agricoltore e allevatore di suini, ma negli anni della guerra era operaio allo stabilimento Ferrari di Maranello. Proprio in quel contesto si colloca uno degli episodi che segnò una svolta nella sua esistenza: raccontava infatti che fu lo stesso Enzo Ferrari a consentirgli di fuggire nel momento in cui alcuni ufficiali tedeschi si presentarono in fabbrica per effettuare controlli, alla ricerca di giovani renitenti alla leva. Erano mesi in cui chi non rispondeva alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò rischiava la vita. Fogliani scelse la fuga: lasciò il lavoro e si rifugiò in montagna, inizialmente per nascondersi e sottrarsi ai rastrellamenti. Come accadde a molti altri giovani della sua generazione, quel gesto dettato dalla necessità, si trasformò presto in una scelta consapevole. Dalla clandestinità passò all’impegno attivo nella lotta di Liberazione. Fu presente a Montefiorino nei giorni immediatamente successivi alla presa della città, quando nacque uno dei più significativi esperimenti di autogoverno della Resistenza, la cosiddetta zona libera. In seguito aderì alle Brigate Italia, guidata da Luigi Paganelli ed Ermanno Gorrieri, operando in particolare nell’area dell’Alto Appennino reggiano: tra Novellano, Civago e le zone ai piedi del Cusna. La sua esperienza partigiana si svolse dunque in territori duri, segnati da condizioni di vita difficili e da una presenza costante del pericolo. I combattenti si spostavano di continuo, trovando rifugio presso le famiglie della montagna. Proprio il ricordo di quella solidarietà è rimasto vivo nelle parole di Fogliani anche a distanza di decenni: raccontava della generosità di chi li accoglieva pur non avendo quasi nulla, di come, nonostante la fame e le privazioni, «qualcosa si trovava sempre». Era un aspetto, questo, che considerava centrale: la consapevolezza dei sacrifici sostenuti dalle popolazioni locali. Le comunità montane pagarono infatti un prezzo altissimo durante l’occupazione nazista e la guerra, strette tra la violenza dei rastrellamenti e il peso di sostenere quei giovani che avevano scelto di salire in montagna. Con la fine della guerra tornò alla vita civile, riprendendo il lavoro nei campi e dedicandosi all’allevamento, senza mai perdere quel legame con i valori della Resistenza.
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