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Il processo

Uccise a fucilate moglie e figlia: la Cassazione conferma l’ergastolo per Montefusco

di Stefania Piscitello
Uccise a fucilate moglie e figlia: la Cassazione conferma l’ergastolo per Montefusco

In primo grado era stato condannato a 30 anni

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CASTELFRANCO. A giugno del 2022 aveva ucciso a fucilate la moglie Gabriela Trandafir, 47 anni, e la figlia di lei Gabriela, che di anni ne aveva appena 22. Per Salvatore Montefusco ieri la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso presentato dalla sua difesa, ha confermato l’ergastolo. Una decisione che arriva al termine di un iter processuale lungo che aveva fatto discutere in primo grado, quando l’imprenditore – 71enne all’epoca dei fatti – era stato condannato a trent’anni. Nelle motivazioni della Corte d’Assise del tribunale di Modena, infatti, si era parlato di «motivi umanamente comprensibili» legati al suo gesto. Aveva fatto ricorso la procura che in Appello aveva avuto ragione: Montefusco era stato condannato all’ergastolo.

Il commento

Ad assistere i familiari delle vittime come parte civile c’era l’avvocato di Bologna Barbara Iannuccelli, che ricorda «Gabriela e Renata, due donne che sono state massacrate a colpi di fucile a canne mozze da Salvatore Montefusco il giorno prima dell’udienza di separazione. Se non era questo un caso in cui comminare l’ergastolo, allora, in quale occasione questo ergastolo dovrebbe essere comminato? Ha vinto la giustizia, perché sì, in primo grado i motivi “umanamente comprensibili” sono stati spazzati letteralmente via dal giudice dell’Appello, che ha ritenuto che questi motivi umanamente comprensibili in qualche modo andassero a tradire la stessa ratio delle circostanze attenuanti che non esercitano una funzione di benevolenza. Per cui è stato confermato assolutamente l’impianto della Corte d’Appello di Bologna».

La tragedia

Era il 13 giugno 2022 quando l’uomo uccise le due donne in casa, a Castelfranco. Unico sopravvissuto alla tragedia era stato il figlio, allora minorenne. «Montefusco ha agito come in una battuta di caccia», aveva ribadito in aula, nel corso del processo in primo grado, il pm Giuseppe di Giorgio. Montefusco però era stato condannato a trent’anni. Erano state le motivazioni della sentenza, in particolare, a fare discutere. La Corte d’Assise aveva riconosciuto le attenuanti generiche in ragione «della comprensibilità umana dei motivi che hanno spinto l'autore a commettere il fatto reato». Motivazioni duramente contestate dalla procura di Modena, secondo la quale la «comprensibilità umana» per la quale la Corte ha optato per la condanna a trent’anni, «appare non solo assolutamente infelice, ma anche del tutto non condivisibile, neppure ove formulato da una giuria popolare». E in Appello la sentenza era stata diversa: ergastolo più un anno di isolamento diurno. La vicenda è infine arrivata in Cassazione dopo il ricorso della difesa di Montefusco. Ma anche in questo caso è stato confermato l’ergastolo.

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