Gazzetta di Modena

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La morte del cantautore

Guccini, quel rapporto difficile con Modena e gli inizi alla Gazzetta: «Sognavo di fare il giornalista, mi misi a suonare»

di Andrea Marini

	Guccini in concerto in Piazza Grande a Modena nel 2010
Guccini in concerto in Piazza Grande a Modena nel 2010

Modena stava stretta al “Maestrone”: non si sentiva a suo agio, sebbene vi fosse nato. Lo spiegò bene nella celeberrina “Piccola città, bastardo posto”. Il suo cuore era sui monti di Pavana, un “cuore geografico”che, in seguito, divise con Bologna, in cui davvero si sentì a suo agio

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MODENA. La Gazzetta ha sempre rappresentato un pezzo di vita per Francesco Guccini, era legato alla Gazzetta perché da giovanissimo sognava il mestiere di giornalista e proprio alla Gazzetta (allora dell’Emilia) aveva cominciato da collaboratore, con aspirazioni di assunzione, che non arrivò. Ecco perché nei nostri confronti ha sempre avuto un’attenzione particolare accettando sempre di raccontarsi nel corso degli anni. Insomma aveva uno “spirito gazzettaro”. E gli aneddoti sui suoi esordi, da giornalista di cronaca, non sono mai mancati. Il rapporto con Modena non è mai stato semplice. Lo ha detto in più occasioni, ci ha scritto la celeberrima “Piccola città, bastardo posto”, Modena gli stava stretta, non si sentiva a suo agio, sebbene vi fosse nato, il suo cuore era sui monti di Pavana, un “cuore geografico” che, in seguito, divise con Bologna, in cui davvero si senti a suo agio. «Onestamente – raccontò al collega Silvano Rubino in occasione di una intervista a margine di una rimpatriata con i compagni delle scuole medie propriop qui a Modena – non ho un bel rapporto con questa città. Ci sono nato a Modena, in via Cucchiari per la precisione, però per motivi di guerra mi hanno trasferito su in montagna a casa dei miei nonni e quando è tornato mio padre dalla guerra io non volevo saperne di tornar giù. Quindi quello con la città per me è stato un impatto da emigrante. Per di più la mia permanenza a Modena ha coinciso con gli anni Cinquanta, anni di grande povertà, anche di grande disperazione, anni in cui il benessere di oggi non esisteva. Quando sono andato ad abitare a Bologna, nel ’60, ho trovato una città completamente diversa, molto più grande, molto più vivace, con una grande università. Insomma, non mi sono mai sentito veramente modenese, anche se ho un po’ di accento, mi piace il Lambrusco, ma a Modena non tornerei sicuramente mai». Ed è davvero cambiata tanto, quella “città della Motta” del Guccini adolescente, una città fatta (prendendo a prestito le parole del Guccini di Vacca di un cane) «di cicclo a non finire, malinconie da dopoguerra, paltoncini smunti e supponenze d’eleganze domenicali e balli economici, giacche incredibili oggi e banchetti in piazza coi fiati dei piazzaroli dietro gli scaldini colmi di brace e sciarpe al collo, e giri di chilometri per risparmiare dieci lire su un etto, e dieci lire una Naz. semplice e quei quattro portici del centro, su e giù, giù e su, coi discorsi mai rinnovati, e i sogni tesi all’infinito che si fermavano a Porta Sant’Agostino: «È una città cresciuta in maniera enorme – disse all’epoca (era il 2001) Guccini – tanto è vero che di Modena conosco il centro, da Ponte della Pradella a Piazza Sant’Agostino. Il boom è cominciato già quando ero qui, attorno agli anni Cinquanta. Per esempio è nata tutta la zona di via Puccini, via Verdi, dove sono andato ad abitare dopo via Cucchiari. Lì erano tutti palazzoni nuovi e infatti quella che è stata la mia compagnia per anni era composta da ragazzi che venivano da diverse parti di Modena». Della nascita e delle avventure di quella compagnia, a caccia di esperienze, Francesco ha raccontato in Vacca d’un cane, dipanando quel filo della memoria che era partito dall’infanzia in montagna con Croniche Epafaniche e che proseguì ne La Legge del Bar e Tra la via Emilia e il west un’ideale trilogia gucciniana del tempo perduto. Un romanzo, dunque, sugli ultimi anni modenesi e, soprattutto, per il periodo bolognese, quello dell’Università. Guccini spiega di essersi già buttato nel lavoro linguistico, in quell’ardita sperimentazione che ha già caratterizzato i suoi due romanzi precedenti, alla ricerca di un’atmosfera fatta di dialetto, espressioni gergali, lessico giovanile perduto nel tempo. E nel nuovo romanzo, arrivò anche l’esperienza di Guccini redattore della vecchia Gazzetta di Modena: «Ho lavorato due anni alla Gazzetta – ricorda Guccini – facevo la cronaca. Ed era dura: lavoravo dalle tre del pomeriggio fino alle sette e mezza, poi si tornava verso le nove e si andava avanti sino alle tre del mattino. Il giornale si faceva lì, c’era la tipografia di fianco alla redazione. È stata un’esperienza divertente, ho imparato bene a fare tantissime cose. Non facevo solo cronaca, ma anche dei servizi. Però avevano dei problemi di assunzione, perché non volevano fare il contratto da praticante. Mi davano 20 mila lire al mese. Mi indignai perché dopo un anno mi presi due settimane di ferie e quando sono andato a prendere i soldi mi hanno dato solo 10mila lire. Ci rimasi un po’male, allora una sera ho incontrato Alfio Cantarella (che poi è diventato il batterista dell’Equipe 84) che suonava da ballo e cercava un cantante chitarrista. Gli ho detto: ma quanto pagate al mese? Allora ho lasciato la Gazzetta e mi son messo a suonare». Insomma, per Guccini il rischio di diventare un giornalista a tempo pieno è stato piuttosto concreto: «Fortunatamente ho cambiato idea...», commentò ridendo. Tra versi e pagine di romanzi, quindi, Guccini si è sempre dimostrato un ostinato “coltivatore della memoria”: «La memoria è una cosa importantissima per me. Ci siamo accorti delle piccole cose che noi da ragazzi consideravamo sciocchezze, invece fanno parte della nostra storia, della storia collettiva del Paese. Piccoli avvenimenti che sembravano così di poca portata, invece sono diventate delle cose importanti. Anche ai tempi della contestazione giovanile, quando tutti dicevano bisogna distruggere tutto, io ho fatto un disco che si chiamava “Radici”, che significa avere i piedi piantati da qualche parte, per vedere da dove veniamo, chi siamo. Il dopoguerra è stato un periodo duro, ma anche di grande entusiasmo, perché con poco si doveva far tutto, c’era l’entusiasmo della ricostruzione, il grande respiro dopo la guerra. Anche in un piccolo paesino come Pavana d’estate c’erano 5 posti dove si ballava, perché la gente era “giù di testa”, voleva divertirsi. La memoria individuale è collegata al resto, alla grande memoria collettiva della storia nazionale. E in qualche modo i piccoli episodi della vita di ciascuno di noi entrano in un ingranaggio molto più grande».

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