L’ultimo dono di Francesco Guccini: dialetto, poesia e radici in una favola d’altri tempi
Esce il libro-testamento «Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla»: le parole che salvano le storie
MODENA. A tre settimane dalla scomparsa Francesco Guccini torna a scaffale con un libro-testamento postumo. Spirituale – e ti pareva – a modo suo. Esce per Giunti «Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla» (pp. 96 – euro 14,90). Accoglie tutta la sensualità di una volta, quella che nessuno ricorda più, questa piccola gemma affiorata dalle acque del Reno. Che fra boschi e sentieri nascosti hanno lasciato andare una storia, venuta a galla anche grazie al racconto – l’oralità è sempre un abile sarto narrante – di un amico. Così risulta dalla dichiarazione – la sua ultima – raccolta da Paolo Iacuzzi, editor di questo testo cui Guccini ha lavorato fino alla fine: «Calde le pere è nato da un brogliaccio di cui mi ha parlato un mio amico, che ne ricavò anche uno spettacolo di cabaret. Le due storie che mi ha raccontato, quella della ragazza in bicicletta e quella della fanciulla illibata che rimane incinta facendo il bagno nel Reno, mi hanno molto affascinato. Casalecchio sul Reno era allora il Lido di Bologna, con oltre diecimila presenze al giorno d’estate, tanto che dagli anni Trenta ai Cinquanta venivano stampate delle cartoline dove si vede che la chiusa sul Reno che aveva creato un ampio bacino balneabile. Il libro parte come partiva «Vola Golondrina», l’ultimo giallo che ho scritto con Loriano Macchiavelli: lì c’era il passaggio di un motociclista misterioso che distribuiva dei volantini; qui invece c’è una ragazza in bicicletta, evidentemente una prostituta – figura speculare a quella della maîtresse che alla fine di questo libro veste i panni di una ginecologa ante littera. Come in diversi altri miei romanzi ho poi suddiviso il libro in quadri, dando loro un titolo e una didascalia ironica come avrebbero fatto alcuni dei miei autori più amati, da Sterne a Jerome». «Nel racconto – prosegue Guccini – c’è anche un omaggio a Pavana, quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati: lì ho voluto nominare erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano nelle «Cròniche Epafániche» e in «Tralummescuro», perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose. È importante per me conservare le parole del dialetto, salvare tutti quei nomi». «Il Reno, poi – conclude – è il fiume della mia vita, che ho fatto protagonista di tante mie canzoni, ma che in realtà come il Danubio di Claudio Magris nasce dallo sgocciolare di un rubinetto sull’Appennino. In queste pagine ho voluto ricordare anche le sue vicende epiche, domandarmi se sia mai esistita una “marineria” del Reno... Se ci penso, è l’altro asse che incrocia quello della Via Emilia: forse, disteso in quel fiume, con la testa tra i prati di Pavana, i piedi verso Modena e Bologna, le braccia ad abbracciare i boschi, ci sono anche io». Fra le righe che incarnano la giovinezza il racconto di Guccini si fa luce e sogno. Mentre le cose di una volta tornano come seppiate da una patina di tenerezza. Fra antichi mestieri e leggende che affondano le radici in un passato che si trasforma in memoria sociale. Profumata di cucina povera e alti umori di campagna. Una storia di fantasia. Che divaga, quanto basta. «Ma perché calde? – si legge, a proposito delle pere – Uno le può immaginare soffici, morbide, carezzevoli, al limite tiepide, ma non calde. Dobbiamo allora tentare un’altra spiegazione». Antonio Franchini, approdato con Guccini una decina di anni fa in Giunti, in una dichiarazione congiunta con Giulia Ichino, lo ricorda così: «Chiamare il suo numero di casa di Pavana (dopo le 11 del mattino, mai prima!) e sentire Prrronto con la sua r inconfondibile era una certezza, essere accolti da lui e da Raffaella a casa o alla Caciosteria di Mimmo e Betty una gioia: e intorno alla tavola imbandita nascevano progetti e idee, sempre accompagnati da barzellette, giochi di parole, parodie se Francesco Guccini ha avuto una fede incrollabile è stata quella nelle parole: nella loro multiforme ricchezza, che esplorava con divertimento da enigmista; nella loro profondità storica, che coltivava da appassionato lessicografo; nella loro potenza poetica, che ha plasmato nei suoi versi di cantautore; nella loro capacità di salvare storie, di costruire universi, di resistere alla barbarie, diventando gli strumenti militanti della sua letteratura. Francesco a pensare di testa sua anche quando gli affibbiavano etichette che non corrispondevano al suo pensiero democratico, libero e liberale. Come ogni grande scrittore, Guccini ha scritto una sola storia, sempre la stessa, sempre più bella e potente, che dalle sue canzoni trascorre nei suoi romanzi. raccontiamoci una delle sue barzellette, ascoltiamo le sue canzoni, rileggiamo i suoi libri e saremo meno soli». Francesco Guccini è stato cantautore, poeta e scrittore: un mito per generazioni di italiani. Ha esordito nella narrativa nel 1989 con «Cròniche Epafániche». Ha pubblicato poi, fra gli altri titoli, «Vacca d’un cane», «Cittanòva blues», «Tralummescuro» (premio Sele¬zione Campiello), «Non so che viso avesse», «Tre cene», «La legge del bar»,« Così eravamo», «Romeo e Giulietta 1949», cui si aggiunge il volume delle Canzoni con il commento filologico di Gabriella Fenocchio, un grande affresco autobiografico e un omaggio poetico ai luoghi delle radici. Insieme all'amico Loriano Macchiavelli ha scritto anche gialli amatissimi dai lettori, da «Macaronì» a «Vola Golondrina».l
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