Fondi Covid, il processo Liu Jo per danno all’Erario parte subito con una battaglia
Contestati 242mila euro di contributi ricevuti per la cassa integrazione nella crisi dovuta alla pandemia nonostante i dipendenti continuassero a lavorare in smart working. Gli avvocati dell’azienda di moda di Carpi contestano la competenza territoriale: «È del tribunale di Roma»
CARPI. È iniziato subito con una battaglia sulla competenza il “processo Liu Jo”. Com’è noto, a marzo sono stati rinviati a giudizio il fondatore dell’azienda Marco Marchi, in veste di legale rappresentante, e Stefano Pastori, suo braccio destro all’epoca dei fatti (oggi in pensione) in qualità di responsabile delle Risorse Umane. L’accusa è quella di aver ottenuto indebiti contributi previdenziali da parte dello Stato per un importo di 242mila euro a favore di dipendenti che continuavano a prestare attività lavorativa in smart working nei mesi di marzo e aprile 2020 (quando scoppiò la pandemia e si susseguivano i Dpcm Conte) benché fossero collocati in cassa integrazione Covid 19. L’azienda avrebbe quindi risparmiato sugli stipendi, a danno dell’Erario.
La vicenda
La vicenda trae origine dalle denunce di una dipendente che era stata licenziata, per ragioni completamente indipendenti dalle accuse formulate dalla Procura. Dipendente che aveva chiesto di essere parte civile a processo, ma l’istanza non è stata accolta. I 242mila euro contestati sono stati subito ridati all’Erario da parte della società. Un importo molto limitato, in rapporto alle sue dimensioni. Al termine dell’udienza preliminare (durata 18 mesi) il giudice ha disposto il dissequestro della pari somma che in fase d’indagine era stata congelata all’azienda, a tutela dell’Erario.
In tribunale
Martedì 22 settembre si è tenuta la prima udienza davanti al collegio dei giudici. E gli avvocati hanno subito rilanciato – è ancora possibile in questa fase – questioni centrali che erano state dibattute già in sede preliminare. «Innanzitutto la competenza territoriale – spiega l’avvocato Luca Brezigar, che difende Marchi – perché il reato contestato venga giudicato nel Tribunale competente. È un reato ai danni dell’Inps che, nell’ipotesi accusatoria, è stato perfezionato nel momento in cui l’azienda ha inviato i moduli per la cassa integrazione. Poiché l’Inps ha sede centrale a Roma, ed è lì che sono giunti i documenti, siamo convinti che il Tribunale competente sia quello di Roma. Poi abbiamo sollevato anche la questione della nullità di un capo d’accusa per indeterminatezza». Il giudice si esprimerà nel merito delle contestazioni il 2 ottobre.
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