Gazzetta di Modena

Musica

PFM, poesia e musica «come voleva De Andrè»

Laura Solieri
PFM, poesia e musica «come voleva De Andrè»

Modena, questa sera al Teatro Storchi il concerto della mitica prog band. Il bassista Patrick Djivas: «Con Fabrizio un rapporto speciale»

15 aprile 2024
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Modena Quarantacinque anni dopo il tour “Fabrizio De André e PFM in concerto”, la prog band più famosa al mondo torna sui palchi di tutta Italia con “PFM canta De André Anniversary”, un tour per celebrare il fortunato sodalizio con il grande cantautore genovese e riproporre una serie di concerti dedicati a quell’evento. Per rinnovare l’abbraccio fra il rock e la poesia, alla scaletta originale saranno aggiunti anche brani tratti da “La buona Novella”, completamente rivisitati dalla band che stasera alle 21 sarà al Teatro Storchi di Modena, appuntamento sold out.

Sul palco tre ospiti d’eccezione: Flavio Premoli (fondatore di Premiata Forneria Marconi) con l’inconfondibile magia delle sue tastiere, Michele Ascolese, chitarrista storico di Faber e Luca Zabbini, leader dei Barock Project.

Fabrizio disse: «La nostra tournée è stata il primo esempio di collaborazione tra due modi completamente diversi di concepire e eseguire le canzoni. Un’esperienza irripetibile perché PFM non era un'accolita di ottimi musicisti riuniti per l'occasione, ma un gruppo con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l’hanno messo al mio servizio...».

Con Patrick Djivas, bassista e compositore, dal 1973 componente della PFM per la quale ha scritto gran parte dei brani dal 1980, partiamo da quel tour per arrivare ad oggi.

Djivas, qual è il ricordo più caro che la lega a De André?

«Personalmente, è quando parlavamo di Georges Brassens, perché io sono francese e le canzoni di Brassens sono talmente intricate da un punto di vista testuale che bisogna essere di lingua madre per capirle fino in fondo. Fabrizio aveva imparato il francese apposta per capire Brassens, però aveva delle cose che gli sfuggivano, e ne parlavamo insieme. A volte, questi dialoghi erano talmente emozionanti che mi venivano le lacrime agli occhi. Fabrizio aveva due eroi: Brassens e Bob Dylan».

La chiave di PFM è “suonare al dente”: avete fatto 6500 concerti in giro per il mondo, e non ce n’è uno uguale all’altro.

«Sì, è un’espressione che piace molto a Franz, la usa spesso (Franz Di Cioccio, batterista e cantante, uno dei fondatori e leader della Premiata Forneria Marconi, ndr). Vuol dire suonare al momento, cercando di non far “cuocere” troppo quello che abbiamo in mente, in modo che sia fresco e immediato. Questo è sempre stato il nostro modo di fare musica; dall’inizio, abbiamo cercato di non usare mai computer e questa scelta ci ha permesso di essere molto più tranquilli e sereni, liberi di fare dal vivo quello che vogliamo, perché chiaramente i computer non seguono le improvvisazioni e quindi devi suonare esattamente come suonano loro, e loro non suonano come suoni tu».

Se dico Charlotte Speedy Way Festival in Georgia?

«È stata una delle occasioni più belle in cui ci siamo esibiti. C’erano gli Emerson, Lake & Palmer, gli Allman Brothers e tanti altri, e poi noi, che abbiamo aperto il tutto. C’erano 280mila persone, era il 1974».

Torniamo al vostro tour: quando rock e poesia si incontrano, che tipo di sentimento nasce?

«Abbiamo cercato di fare una cosa precisa: Fabrizio lavorava tantissimo sui suoi testi, su un testo ci stava fino a sei mesi, fino a quando ogni parola era perfetta e non c’era da cambiare neanche una virgola. Noi abbiamo cercato di fare la stessa cosa con la musica, facendo arrangiamenti nei quali non si può cambiare una nota, un accordo, uno strumento. Lui aveva bisogno di musica di qualità e non doveva essere disturbato nella sua poesia, dovevamo noi essere poetici con la nostra musica».

Lei ha detto che la funzione della musica è sempre stata quella di aiutare i ragazzi a vivere, a stare nella società. Vale anche per oggi?

«In questo momento non è un caso che ci sia un mainstream molto legato al rap quindi alle parole, tante, perché i ragazzi di oggi hanno bisogno più delle parole, la musica è una cosa che non gli serve adesso. Tanti di loro vivono nella loro camera, gli unici rapporti che hanno avvengono tramite il telefonino. La partecipazione dei giovani al nostro tour è una cosa miracolosa, bellissima: vengono a conoscere Fabrizio, i suoi testi, le sue parole, di cui hanno tanto bisogno».