Gazzetta di Modena

La presentazione

Una rivoluzione contro la dialisi: nasce il rene bioartificiale

di Andrea Morana

	Il prof. Shuvo Roy
Il prof. Shuvo Roy

Il prof. Shuvo Roy ha presentato a Milano il dispositivo iBAK, che può cambiare la vita di milioni di persone. Bioartificiale impiantabile, combina biotecnologia e ingegneria: «Due grandi vantaggi per i pazienti: avranno totale mobilità e non avranno bisogno di immunosoppressione terapeutica»

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MLANO. In Italia un adulto su dieci è affetto da malattia renale cronica, come certificato dall’ultimo report di Fondazione italiana del rene e Società italiana di nefrologia. L’Irc (Insufficienza renale cronica) causa la perdita graduale delle funzionalità dei reni e ad oggi esistono due vie per curarla: il trapianto e la dialisi. Il professore Shuvo Roy, bioingegnere la cui ricerca è dedicata allo sviluppo di dispositivi biomedici per rispondere a bisogni clinici non soddisfatti, da anni studia per trovare un metodo alternativo.

La ricerca e la presentazione del progetto a Milano

L’attività di ricerca di Roy avviene a San Francisco, all’Università della California. Qui è nato il “Kidney Project”, che ambisce a sviluppare un rene bioartificiale impiantabile nell’addome dei pazienti per curare le malattie renali croniche. Ieri, nella sede di Next Different a Milano, il professore ha presentato il suo progetto nel corso di un evento organizzato dal prof. Roberto Cacciola, chirurgo esperto in trapianti del rene, al quale hanno partecipato il professor Roy e i prof. Ferraresso di UniMi, prof. Castellano, UniMi, prof. Rampino, UniPv, dottor Orfeo, direttore sanitario del Policlinico Milano Ospedale Maggiore.

Tempi di attesa e terapie: come cambierebbe

Il percorso di ricerca di Roy parte da una consapevolezza: dialisi e trapianti non sono abbastanza. «Entrambi questi approcci comportano delle complicanze – spiega il professore – . Nel caso dei trapianti, il problema è quello delle liste di attesa, perché il numero di donatori non è sufficiente. Inoltre, dopo il trapianto è necessaria una terapia immunosoppressiva con tutti i rischi di infezioni e disturbi metabolici che ne conseguono». Per la dialisi, le difficoltà individuate sono anche di più. «I numeri di persone in dialisi sono alti e in aumento in tutto il mondo. Questa terapia però non rappresenta una cura definitiva ed è un tipo di intervento non fisiologico – prosegue Roy – . Inoltre, i pazienti sono limitati nella vita di tutti i giorni. Se vogliono andare in vacanza o a mangiare una pizza devono sempre fare i conti con le sedute di dialisi. Io sono partito da questo, dalle necessità delle persone, per cercare una soluzione alternativa».

L’aspetto economico: un risparmio di miliardi

C’è anche l’aspetto economico. I costi relativi alla dialisi in Italia si aggirano intorno ai 45mila euro per paziente ogni anno e considerando tutti i pazienti si raggiungono i 2, 5 miliardi di euro. «Basandomi sui dati degli Stati Uniti, ho stimato che con il rene bioartificiale si potrebbero risparmiare fino a 25 miliardi di dollari all’anno. Anche facendo le proporzioni con l’Italia, si parla di grandi cifre» spiega Roy. Si arriva così alla progettazione di “iBAK”, così si chiama il rene bioartificiale impiantabile. «Si tratta di un dispositivo compatto che fornirà ai pazienti con insufficienza renale un trattamento continuo, senza dover essere collegati a una macchina esterna. Sarà impiantato chirurgicamente nell’addome, in maniera simile a un rene trapiantato, e processerà continuamente il sangue, indirizzando i rifiuti verso la vescica – racconta il professore – . Ci sono due grandi vantaggi per i pazienti: avranno totale mobilità e non avranno bisogno di immunosoppressione».

Le caratteristiche tecniche

A livello tecnico, L’iBAK è composto da due componenti chiave: un emofiltratore costruito con membrane di silicio per rimuovere le tossine dal sangue e un bioreattore contenente cellule renali per fornire le altre funzioni biologiche del rene. Le membrane di silicio altamente efficienti permettono all’emofiltratore di operare senza la necessità di pompe meccaniche o energia elettrica, proteggendo al contempo le cellule nel bioreattore dal rigetto da parte del sistema immunitario del paziente. «Negli ultimi dieci anni abbiamo costruito versioni su piccola scala degli emofiltri e dei bioreattori, dimostrando con successo il loro funzionamento per brevi periodi. Recentemente abbiamo sviluppato prototipi funzionali dell’iBAK combinando emofiltri e bioreattori. Il prossimo passo sarà scalare i prototipi su piccola scala fino a una dimensione clinica e dimostrarne la capacità di fornire un trattamento continuo per periodi prolungati. Con queste informazioni potremo quindi portare l’iBAK ai trial clinici per il trattamento dei pazienti con insufficienza renale cronica» conclude Roy.

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