Viaggio nei settori giovanili di calcio: «Sempre meno ragazzi, ma noi ci siamo»
Casadio (Cittadella): «Serve un fil rouge che unisce famiglia, scuola e sport»
MODENA. Il settore giovanile calcistico a Modena sta attraversando un cambiamento radicale e le storie di Pier Franco Casadio, direttore del settore giovanile della Cittadella Vis Modena, e Angelo Degli Esposti, ex presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio Emilia Romagna, ci aiutano a capire che cosa è successo negli ultimi trent'anni.
«Le aggregazioni sono nate per necessità»
Una volta il calcio era lo sport di tutti, quello che si giocava nei prati dietro casa. Oggi quel mondo è quasi sparito per lasciare il posto a una gestione che somiglia sempre di più a quella di una vera azienda. Trent'anni fa le società di quartiere vivevano grazie al lavoro dei volontari, persone di trent'anni che finivano il lavoro e andavano al campo ad accudire le strutture e a seguire i ragazzi per pura passione. Pier Franco Casadio spiega che oggi quel modello non è più possibile a causa di un profondo cambiamento nelle abitudini dei ragazzi ed alla mancanza di spazi dedicati.
«Fare sport oggi – dice Casadio – prevede un investimento economico ed organizzativo molto diverso rispetto a qualche anno fa. Le nuove regole sulla gestione del lavoro sportivo, ne sono un esempio. Le società sportive sono, giustamente, tenute a formulare contratti di lavoro con i propri collaboratori nel rispetto dei canoni legali. Ciò avvicina sempre più le società sportive a vere e proprie aziende. Questa evoluzione ha fatto emergere le fragilità di molte realtà locali. Per non chiudere i cancelli, molte piccole società hanno dovuto unirsi tra loro. Le aggregazioni sono nate per necessità, per non lasciare interi quartieri senza un posto dove praticare sport, ma gestire poi queste realtà non è facile».
Casadio sottolinea inoltre, l'importanza «di avere una filiera organizzativa che ti permetta di programmare per il futuro gli investimenti sui collaboratori, sulle attività che si vogliono intraprendere e soprattutto sulle garanzie di avere a disposizione spazi adeguati per svolgerle».
«Serve più serenità»
Angelo Degli Esposti guarda a questa evoluzione con molta più nostalgia, mettendo al centro la perdita di qualità tecnica. Secondo lui, negli ultimi tre decenni c'è stata una involuzione negativa perché è mancato il ricambio dei dirigenti. «Persi i volontari di una volta – afferma – sono arrivati proprietari nuovi e tecnici che spesso non hanno più i concetti di base del gioco». Degli Esposti ricorda che una volta l’80% dei giovani sceglieva il calcio, mentre oggi la natalità è calata e molti ragazzi preferiscono altri sport. Questo calo ha portato a un peggioramento del livello: «Essendoci numericamente meno ragazzi, c'è stata una netta inferiorità a livello qualitativo. Prima pescavi su cento ragazzi, ora le altre attività hanno spezzato numericamente l'attività calcistica». C’è poi un problema di come si insegna. Degli Esposti critica il fatto che oggi si facciano pochi allenamenti e con scarsi risultati: «Con due allenamenti alla settimana di un'ora e mezza non lavori, non fai niente. È come mandare a scuola i propri figli due volte alla settimana: o uno è uno scienziato, altrimenti è finito. Una volta ci si allenava duramente e si curava la tecnica individuale con attrezzi come il muro o le forche (un palo a T con due corde legate a due palloni, ndr). Oggi spesso mancano anche le strutture adeguate».
Un altro grande cambiamento degli ultimi trent'anni riguarda il ruolo dei genitori. Entrambi gli intervistati vedono con le famiglie una possibile condivisione d’intenti. Casadio vorrebbe un legame più forte tra i vari mondi educativi: «Dovrebbe esserci un fil rouge che lega famiglia, scuola e sport. Solo allora si potrebbe avere un risultato educativo migliore, per raggiungere tale obiettivo, le regole devono essere comuni». Degli Esposti è più diretto e descrive scene purtroppo comuni: «I genitori condizionano il figlio. La domenica prendono il posto dell'allenatore in tribuna e dicono: ‘Fai giocare mio figlio!’, ‘Quell'allenatore non capisce un c... Questo atteggiamento toglie serenità ai ragazzi e rovina il compito educativo dello sport».
*studenti del Liceo Tassoni, classe 4E
