Gazzetta di Modena

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Genitori, il diritto di dire “no” per educare alla responsabilità

di Roberto Valgimigli*
Genitori, il diritto di dire “no” per educare alla responsabilità

Che fare di fronte a un ragazzo che ha partecipato a episodi di violenza? Proteggerli dalle conseguenze non è la scelta giusta. Cinque cose da fare

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MODENA. Ci sono immagini che raccontano molto più di quello che mostrano. Quelle circolate nei giorni scorsi da Modena, con un gruppo di ragazzi coinvolti in un episodio di danneggiamento e sottrazione di prodotti all’interno di un supermercato, mentre alcuni di loro filmavano quanto stava accadendo, possono essere lette anche come un’occasione per interrogarci sul rapporto tra adolescenti, cellulare e regole.

Il focus

Non per cercare nel telefono la causa di un comportamento che ha certamente origini più complesse. E nemmeno per trasformare un episodio di cronaca in un giudizio su un’intera generazione. Ma perché quel cellulare in mano, mentre accade qualcosa che non dovrebbe accadere, rappresenta bene una trasformazione che riguarda molti adolescenti: oggi non basta più vivere un’esperienza, spesso bisogna anche mostrarla.

Una bravata, una provocazione, una rissa, un gesto trasgressivo possono diventare contenuti da filmare e condividere. Il pubblico non è più soltanto quello presente: può essere costituito da decine o centinaia di persone che guarderanno il video successivamente. È un meccanismo particolarmente delicato durante l’adolescenza, quando il gruppo dei pari diventa fondamentale. Sentirsi accettati, riconosciuti, considerati può assumere un’importanza enorme. Il ragazzo può essere disposto a fare qualcosa che da solo non farebbe, semplicemente perché il gruppo lo fa, lo incoraggia o lo guarda.

Il cellulare, in questo senso, può diventare una sorta di amplificatore. Qualcuno agisce, qualcuno ride, qualcuno filma. E ciò che sta accadendo diventa uno spettacolo. Ma proprio qui dovrebbe entrare in gioco l'educazione: perché il problema non è soltanto insegnare ai ragazzi quanto tempo possono trascorrere sul telefono, ma è insegnare loro come utilizzarlo e, soprattutto, quando è il momento di metterlo via. Non tutto ciò che può essere filmato deve essere filmato. Non tutto ciò che può essere pubblicato deve essere pubblicato. E il fatto che “lo fanno tutti” non trasforma un comportamento sbagliato in un comportamento accettabile.

Il problema non è solo il cellulare

Quando parliamo di adolescenti e smartphone, noi adulti tendiamo spesso a chiederci: “Quante ore ci passa?”. È una domanda legittima, ma forse dovremmo aggiungerne altre. “Che cosa guarda?”, “Perché sente il bisogno di filmare?”, “Che cosa cerca quando pubblica?”. Perché dietro un utilizzo eccessivo o scorretto della tecnologia può esserci anche un bisogno di appartenenza, di riconoscimento, di sentirsi importanti. E proprio per questo il compito degli adulti non può essere soltanto quello di togliere il telefono: dobbiamo aiutare i ragazzi a sviluppare la capacità di fermarsi, portandoli a chiedersi: perché sto filmando? Che cosa succederà se lo pubblico?

Se non ci fosse nessuno a guardarmi, lo farei comunque? Sono domande semplici, ma possono diventare strumenti educativi importanti, perché c'è un altro aspetto sul quale forse dobbiamo avere il coraggio di essere più chiari: i ragazzi hanno bisogno di limiti.

Negli ultimi anni abbiamo imparato, giustamente, quanto sia importante ascoltare i figli, comprendere le loro emozioni, accogliere le loro difficoltà. Ma comprendere non significa necessariamente giustificare. Possiamo capire perché un adolescente si sia arrabbiato senza accettare che faccia del male. Possiamo comprendere quanto sia forte il bisogno di appartenenza senza accettare che il gruppo diventi una giustificazione per rubare o distruggere. Possiamo ascoltare le ragioni di un comportamento senza cancellarne le conseguenze.

Capire non significa assolvere

Dire “no” non significa essere genitori cattivi o autoritari. A volte significa esattamente il contrario. Un ragazzo ha bisogno di sapere che esistono comportamenti che non sono negoziabili. Ha bisogno di incontrare un adulto capace di dire: “Capisco perché lo hai fatto, ma non puoi farlo”. E soprattutto deve imparare che le proprie azioni hanno delle conseguenze. Se rompi qualcosa, devi contribuire a ripararla. Se fai del male a qualcuno, devi imparare a riconoscere il danno e, quando possibile, a ripararlo. Se infrangi una regola, devi affrontare una conseguenza proporzionata a ciò che hai fatto. Non per umiliare. Per educare.

È comprensibile che un genitore voglia proteggere il proprio figlio dalle conseguenze di un errore. Ma c'è una differenza importante tra aiutare un ragazzo ad affrontare un problema e risolvere il problema al suo posto.

Telefonare per giustificarlo, pagare immediatamente ciò che ha rotto, minimizzare, dare la colpa agli amici o cercare continuamente di evitare che subisca le conseguenze delle proprie azioni può sembrare una forma di protezione. Ma quale messaggio arriva al ragazzo? Forse che qualcun altro sistemerà sempre le cose. Questo non è un buon allenamento alla vita. Un figlio non ha bisogno di genitori che gli evitino ogni errore. Ha bisogno di genitori che lo accompagnino anche dentro l'errore, aiutandolo a riconoscerlo e a rimediare.

Che cose possiamo fare

1. Stabilire regole chiare

Non soltanto sugli orari di utilizzo del telefono, ma anche su ciò che si può e non si può filmare, condividere e pubblicare.

2. Non avere paura del “no”

Un limite motivato e coerente non è una punizione: è uno strumento educativo.

3. Chiedere conto dei comportamenti

Non soltanto “Quanto sei stato al telefono?”,, ma “Che cosa hai fatto?”, “Che cosa hai visto?”, “Perché hai scelto di pubblicarlo?”.

4. Lasciare che le conseguenze arrivino

Quando è possibile e proporzionato all'età, il ragazzo deve partecipare alla riparazione del danno che ha provocato. Non sempre mamma e papà devono intervenire per cancellare le conseguenze.

5. Essere presenti prima che serva intervenire

Conoscere gli amici, parlare di ciò che accade online, interessarsi senza trasformare ogni conversazione in un interrogatorio. La presenza educativa funziona molto meglio quando comincia prima dell'emergenza. Alla fine, forse, il tema non è soltanto il cellulare. È il modo in cui stiamo accompagnando i nostri ragazzi verso l'età adulta. Non possiamo nasconderci dietro alla ricerca di una legge che vieti o meno l'uso del cellulare a una certa età, dobbiamo insegnare ad usarlo per impedire a loro di sbagliare. Possiamo però anche insegnare che uno sbaglio non è qualcosa da nascondere, minimizzare o scaricare sugli altri.

È qualcosa da riconoscere e , quando possibile, da riparare. P erché educare non significa evitare ai nostri figli ogni fatica, ogni frustrazione e ogni conseguenza. Significa anche avere il coraggio di dire no, rimanere accanto a loro quando quel “no” non piace e insegnare che le nostre azioni hanno un peso. E forse, qualche volta, il gesto più educativo che possiamo fare non è togliere loro il cellulare, ma guardare nostro figlio negli occhi e dirgli: “Questa volta hai sbagliato. Proviamo insieme a rimediare”.

*psicologo e psicoterapeuta

(1, la prossima puntata il 26 ottobre)
 

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