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IL DISASTRO

Animali selvatici e argini in difficoltà: ecco le cause dell'alluvione

Francesco Dondi
La rotta del Secchia del 19 gennaio
La rotta del Secchia del 19 gennaio

La commissione di esperti ha concluso i lavori d'inchiesta sui motivi che hanno portato alla rotta del Secchia

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La commissione tecnico-scientifica incaricata dalla Regione Emilia-Romagna di approfondire le cause del collasso dell’argine del fiume Secchia del 19 gennaio 2014, evento che ha poi causato l’alluvione nel modenese dei centri abitati di Solara, Bomporto, San Prospero, San Pietro in Elda, Bastiglia, Staggia e Sorbara, ritiene che “la presenza di un sistema articolato di tane sia stata determinante ai fini del collasso arginale”. A dirlo è Luigi D’Alpaos, professore di Idraulica dell’Università di Padova e presidente della commissione, che questa mattina ha presentato gli esiti degli studi e delle verifiche svolte alla commissione regionale Territorio, ambiente, mobilità, presieduta da Damiano Zoffoli.

“Le analisi condotte indicano che il sistema di tane, osservabile nelle foto aree, è planimetricamente situato proprio all’interno dell’area interessata dalla fase iniziale del collasso arginale - si legge nel sommario della relazione -, e le quote altimetriche dei fori delle tane, osservate sul paramento interno dell’argine, appaiono prossime ai massimi livelli idraulici raggiunti in alveo durante la piena”.

Secondo le analisi, “sono plausibili due fenomeni di innesco del cedimento, che possono aver agito anche congiuntamente”: il primo, spiegano gli esperti, è “un fenomeno che si sviluppa inizialmente mediante un processo di progressiva erosione interna coinvolgente il sistema di tane, eventualmente indebolito dalla precipitazione”, il secondo invece “è un fenomeno di innesco che può essere ricondotto alla progressiva instabilità geomeccanica del corpo arginale, localmente indebolito dalla presenza delle cavità, favorita da condizioni di parziale saturazione indotte dalla piena e dalle precipitazioni”. Piogge che, ricorda D’Alpaos, “non sono state di grande intensità ma persistenti nel tempo”.

Secondo Giuseppe Paruolo (Pd), bisogna “prevedere operazioni per il controllo della popolazione di questi animali”, ma è soprattutto necessario “aumentare le azioni di presidio” e in particolare “i sistemi di rilevazione, in modo da poter arrivare a segnalazioni con tempestività”.

Per Silvia Noè (Udc), “serve una pulizia degli argini più costante, da abbinare ad una corretta manutenzione”. Inoltre, rimarca la consigliera, “i frontisti devono essere più coinvolti e più ascoltati nelle loro segnalazioni, basta pensare che la presenza degli animali nemmeno è monitorata nelle zone abitate”.

Paola Marani (Pd) suggerisce come soluzione di “aumentare gli elementi di protezione di accesso agli argini, come reti o teloni, perché solo chiudere le tane è dispendioso e poco efficace”.

Gabriele Ferrari (Pd) ribadisce che “bisogna risolvere alla radice il problema della presenza di questi animali, spesso invasivi e infestanti, una scelta drastica è necessaria e non può essere rimandata per presunte politiche ambientaliste e animaliste”.

Secondo Mauro Manfredini (Lega Nord), “Aipo deve rendere conto del perché le sue conclusioni siano esattamente contrarie a quelle degli esperti”. Inoltre, accusa il consigliere, “da tempo chiediamo più fondi per la manutenzione ordinaria, una nostra risoluzione sul tema è stata approvata all’unanimità, ma è poi rimasta solo sulla carta”.

Per Andrea Defranceschi (M5s), infine, “dobbiamo sfruttare la prevedibilità dei modelli utilizzati dalla commissione per permettere una manutenzione più precisa ed efficace”.

In chiusura, è intervenuta l’assessore alla Sicurezza territoriale, Paola Gazzolo, che ha prima rivendicato “l'impegno costante della Giunta per ottenere risorse dedicate alla manutenzione” e poi ribadito che “le cause ci motivano ancora di più nel proseguire con un piano integrato che prenda atto che il collasso degli argini è dovuto al sistema di cavità e a intervenire quindi di conseguenza”.

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