Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Un quaderno che sa di futuro: «L’integrazione inizia dallo studio»

di Anna Mazza*
Un quaderno che sa di futuro: «L’integrazione inizia dallo studio»

Alla scoperta del progetto di insegnamento della lingua italiana targato Porta Aperta

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MODENA. «Un ragazzo pakistano, che è arrivato nel progetto circa due anni fa da analfabeta, ha iniziato fin da subito a studiare ardentemente l'italiano e circa sei mesi fa è riuscito a ottenere la patente di guida», racconta Serena Bertoni, educatrice che abbiamo intervistato circa il progetto di insegnamento della lingua italiana promosso da Porta Aperta nella struttura di via Milano a Modena, attivo da due anni.

Il primo passo verso l’autonomia

Un percorso che va ben oltre l’apprendimento linguistico e che rappresenta, per molte persone migranti in situazioni di fragilità, il primo passo verso l’autonomia. I corsi sono suddivisi in più livelli e tenuti da volontari. Si parte dalle basi più elementari, spesso con persone non scolarizzate o analfabete, fino ad arrivare a competenze linguistiche più avanzate. La maggior parte delle lezioni si svolgono frontalmente, una scelta tutt’altro che casuale: «Per molti ragazzi sedersi a un banco, avere un quaderno, scrivere è molto importante. In diversi casi non hanno mai avuto questa possibilità nei loro Paesi d’origine».

Accanto alle lezioni, ci sono anche momenti di apprendimento informale, come uscite in città per conoscere servizi fondamentali: la stazione dei treni e degli autobus, la banca, il CPA. Inoltre, il progetto include anche laboratori e attività trasversali. Dall’educazione ambientale, con incontri sulla sostenibilità e sull’uso consapevole delle risorse, fino all’informatica di base e all’orientamento al lavoro.

«L’italiano come fattore di protezione»

«Abbiamo aiutato i ragazzi a scrivere un curriculum e a capire come indirizzarlo, partendo dalle loro attitudini», spiega Bertoni. Le difficoltà non mancano. Una delle più complesse è distinguere tra una barriera linguistica e un possibile disturbo dell’apprendimento, tematica delicata soprattutto in contesti migratori. A questo si aggiunge il peso dei traumi vissuti da molte di queste persone, che arrivano dopo esperienze di violenza, perdita e precarietà prolungata, portando con sé disturbi post-traumatici che incidono sulla capacità di concentrazione, sulla memoria e sulla serenità emotiva necessaria per apprendere.

«Eppure imparare l’italiano diventa un fattore di protezione, la prima cosa che fanno quando arrivano». I risultati, però, sono evidenti. C’è chi, partito da una condizione di analfabetismo, oggi sostiene conversazioni fluide, chi ha ottenuto la patente dopo svariati tentativi, chi ha trovato un lavoro stabile, come un giovane camerunese oggi assunto con un contratto quinquennale in una carrozzeria. Storie che dimostrano come la lingua possa davvero rappresentare uno strumento di integrazione e inclusione sociale. «L’obiettivo principale è quello di favorire la loro autonomia da tutti i punti di vista e sicuramente l'autonomia linguistica è uno di quelli». Il progetto favorisce anche l’incontro tra culture diverse.

Se un tempo la struttura era abitata quasi esclusivamente da ragazzi bengalesi, oggi ospita persone provenienti dall’Africa subsahariana, dal Nord africa, dal Pakistan e dall’Afghanistan. Le differenze emergono soprattutto attraverso il cibo, vero linguaggio universale: cous cous, riso, chapati diventano occasioni di scambio e condivisione. Fondamentale è anche la collaborazione con il territorio. Porta Aperta lavora con cooperative, scuole e associazioni, promuovendo esperienze di volontariato e percorsi di inclusione intergenerazionale. Secondo Bertoni, una comunità che non investe nell’integrazione linguistica «rischia di perdere una grande ricchezza culturale». Per questo il messaggio finale alla cittadinanza è chiaro: «Rimanere aperti, curiosi, disponibili».

*studentessa del Liceo Muratori San Carlo, classe 5C