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Scuola 2030

Il mondo della sanità: «Un patto tra medici e pazienti»

di Anna Derya Di Finizio e Lucia Falzoni*
Il mondo della sanità: «Un patto tra medici e pazienti»

Casarini, oncologa dell’Ausl di Modena: «La scelta di diventare dottoressa? Una vocazione»

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MODENA. La sanità pubblica riguarda tutti i cittadini e spesso si tende a sottovalutare la fortuna di poter ricevere assistenza medica gratuita. Tuttavia sono evidenti alcune criticità e problematiche all’interno del sistema sanitario, per questo abbiamo deciso di intervistare la dottoressa Chiara Casarini, oncologa che lavora per l’Azienda USL di Modena.

Le chiediamo di parlarci del suo percorso di studi, da cosa è nata questa vocazione di diventare medico?

«La mia vocazione comincia da quando avevo dieci anni: andai con i miei amici della parrocchia ad ascoltare un medico missionario che andava in India e Africa e mi innamorai di quello che faceva. Così mi dissi che da grande avrei fatto come lui. Non è andata proprio così e anzi ci sono stati dei momenti complicati nel mio percorso. Per un periodo ho valutato l’opzione di diventare archeologa, o attrice ma alla fine la passione per la medicina è rimasta e ho inseguito quella strada. Più casuale è stata la scelta per la specializzazione e a oggi non penserei di fare nient’altro».

Quali sono le criticità attuali del sistema sanitario nazionale e legate al suo reparto?

«Alcuni dati dicono che non ci sia un’effettiva carenza di medici, ma solo in certi settori. Ci sono alcune branche che sono più rischiose per il paziente ma anche per il medico stesso, più complicate nella gestione, come ad esempio il pronto soccorso: è un lavoro complicato e una palestra eccezionale per il medico. Ugualmente anche la chirurgia, poiché è un lavoro in cui il rischio di denuncia è altissimo; chiaramente l’errore è umano, anche se ultimamente la tecnologia si è molto evoluta. Nonostante questo però le persone tendono a sporgere denunce molto facili, a volte solo per ottenere un riscontro economico. Il mestiere del medico e chirurgico è difficile, non è una scienza esatta, ed è vero che l'organismo lo studiamo e sappiamo com’è fatto, ma il funzionamento e il malfunzionamento sono da studiare sul singolo paziente».

Con il Covid come sono cambiate le cose?

«Lo slogan del periodo Covid era: “Ne usciremo migliori”, ma non è stato proprio così. Credo che tra l’utenza e chi offre i servizi ci dovrebbe essere un patto di corresponsabilità: quindi imparare a utilizzare bene le risorse da parte nostra, e da parte dell’utenza a non sfruttare questo servizio sanitario. Nonostante la sanità privata che sta crescendo, credo che nei servizi essenziali ancora la nostra sanità sia eccellente».

Per risolvere la situazione cosa si può fare?

«Credo che sia necessaria una revisione generale, ma ognuno deve fare la sua parte, per questo parlavo prima di corresponsabilità tra utenti e operatori sanitari. Lo stato dovrebbe fare la sua parte, magari incentivando il lavoro infermieristico, importantissimo per i medici e molto impegnativo. Sicuramente lo Stato dovrebbe dare più fondi, soprattutto in determinati settori, come il pronto soccorso, dove ci dovrebbe essere un incentivo economico, proprio perché è un lavoro usurante».

Crede ci sia speranza che questa situazione migliori?

«A breve termine non lo so, si dovrebbe cambiare per certi versi la visione che si ha delle cose e rimboccarsi tutti le maniche, dai pazienti ai medici. È sicuramente un lavoro lungo e che va fatto partendo dalla base, quindi con la divulgazione. Per cui a breve termine no, ma a lungo termine si possono migliorare le cose ma ci deve essere la collaborazione di tutti».

*studentesse del liceo Muratori-San Carlo, classe 5E