Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Nonni a confronto sul dialetto: «Non parole, ma memoria viva»

di Matilde Cavazzuti, Sara Clarizi e Beatrice Croci*
Nonni a confronto sul dialetto: «Non parole, ma memoria viva»

Intervista a cinque modenesi di Mirandola e Bomporto tra tradizioni, modi di dire e frasi tipiche

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MODENA. Abbiamo intervistato i nostri nonni interrogandosi sulla perdita del dialetto. Oggi rischia di diventare un eco lontano, confinato nei ricordi degli anziani. È necessario preservarlo perché riflette l’identità del nostro territorio, le tradizioni e un modo unico di esprimersi. Sono stati intervistati diversi nonni da Bomporto a Mirandola.

Parla dialetto regolarmente?

Angelo Montorsi: «Sì, al bar con gli amici e in famiglia con la nonna, ma principalmente parlo italiano».

Quali espressioni in modenese usa quotidianamente?

Angelo Montorsi: «“Ma va a cagher”, lo dico quando qualcuno dice qualcosa di non plausibile. Ti racconto una barzelletta per spiegarti l’utilizzo del francesismo: c’è un coniglietto che saltella nel bosco e incontra un cane e gli chiede “ma tu chi sei?”. “Sono un cane-lupo”, risponde. Quindi il coniglietto gli risponde “Ascolta, o sei un cane, o sei un lupo”, e l’animale argomenta: “La mia mamma ha incontrato un lupo, e sono nato io”. Il coniglietto arriva sulla riva di un ruscello e vede un pesce e gli chiede: “E tu chi sei?”; “Sono una trota salmonata!”, risponde. “O sei una trota, o sei un salmone” “Eh no, mia mamma ha incontrato un salmone e sono nato io”. “Bah, sarà vero…”. Finché non sente “zzz-zzz”: “E tu chi sei?”. “Sono una zanzara tigre”, afferma e il coniglio ci pensa un attimo ed esclama: “Ma va a cagher!”».

Come ha conosciuto il dialetto?

Geminiano Berselli: «Io sono nato col dialetto modenese, sono cresciuto a pane e dialetto. A scuola ho imparato l’italiano, ma prima si parlava solo così».

Parlandolo a casa, a scuola aveva problemi?

Angelo Montorsi: «All’inizio sì, perché conoscevo poche parole in italiano. Ricordo il Natale 1957, dopo tre mesi di prima elementare la maestra disse a mia madre: “Questo bambino non parla ancora italiano, sono preoccupata».

Ai suoi tempi in quanti lo usavano?

Marisa Carretti: «Ai miei tempi lo si usava molto in casa, ma fuori difficilmente. Con mia figlia ho sempre parlato italiano, mai in dialetto».

Ricorda frasi dette in famiglia?

Anna Costanzini: «In do vèrt? Con chi stèt? Vèt a far un gir in dal parc? Et magnè? A vag a scola e a torn indrè. Sa vèt a cumprèr?».

C’erano differenze tra donne e uomini o tra classi sociali?

Anna Costanzini: «Gli uomini parlavano solo di danè, sport, moto; le donne di lavoro a maglia, lavèr i pagn, far da magnèr. Ma la differenza maggiore era tra le diverse zone della provincia di Modena, dalla Bassa all’Appenino».

Le dispiace che i suoi figli o nipoti non lo parlino fluentemente?

Giorgio Dalloli: «Sì, è un dispiacere che si stia perdendo il dialetto e non lo si parli più, ma noi siamo stati i primi ad insegnare l’italiano e a non portare avanti questa tradizione».

Il dialetto la aiuta ad esprimere emozioni particolari?

Angelo Montorsi: «Sì, ha termini che l’italiano non renderà mai».

Perché si sta perdendo?

Giorgio Dalloli: «Perché hanno abituato tutti a parlare solo in italiano».

È colpa dei giovani?

Geminiano Berselli: «No, siamo noi nonni e genitori che non lo insegniamo più. Tra di noi lo parliamo, ma tra le nuove generazioni si perde».

Insomma, il dialetto non è solo parole: è memoria viva. Senza trasmissione ai giovani, rischia di svanire. Ma portando nel cuore i nostri nonni, possiamo salvarne almeno un pezzetto.

*studentesse del Liceo Venturi, classe 4F