Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Come combattere lo stress? I consigli della prof Unimore

di Irene Mezzetti e Chiara Mucciarelli*
Come combattere lo stress? I consigli della prof Unimore

La ricercatrice Alboni: «La medicina non dovrebbe solo diagnosticare e curare, dovrebbe prevenire»

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MODENA. «Se potesse progettare uno studio ideale, senza limiti di risorse, su cosa si concentrerebbe?» «Sarebbe un'utopia, quasi ho paura a immaginarla» risponde Silvia Alboni, ricercatrice e professoressa di farmacologia e tossicologia dell'Università di Modena e Reggio Emilia.

«Ricerca e vita non hanno un confine»

Costruire una carriera stabile nella ricerca è spesso un percorso ad ostacoli, fatto di anni di contratti precari, fondi che scarseggiano, riconoscimenti che - quando arrivano - arrivano dopo numerosi sacrifici personali. A questo proposito Alboni racconta del sottile confine tra la vita e la ricerca: «Quando fai il ricercatore, ricerca e vita non hanno un confine il tuo lavoro sfocia nella tua vita e la tua vita nel tuo lavoro». La ricerca diviene una condizione totalizzante che richiede grande dedizione e forte motivazione.

«Contribuire a migliorare la vita dei pazienti e a trovare una cura per le malattie neurodegenerative e psichiatriche. È questo che mi spinge a sopportare tanti sacrifici ancora adesso». Il suo percorso non è stato lineare. «Un po’ strano», lo definisce lei stessa. Diploma di maestro d’arte, maturità artistica, e poi la svolta: «Ho pensato che il mio amore per l’arte lo potevo coltivare in altro modo». Consegue così la laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, poi quella in Farmacia e, a seguire, il dottorato in Scienze del Farmaco. E pian piano inizia a concentrare il suo interesse di ricerca sul cervello, campo di ricerca molto ampio che include sostanze di abuso, psicofarmaci e malattie neurodegenerative ad esempio.

Ci spiega infatti che «Il cervello non è da solo, ma è in comunicazione con tutto il resto del corpo». Ci racconta di un focus specifico delle sue ricerche, qualcosa che a tutti noi è molto vicino, lo stress. Lo stress, di per sé, non è un nemico, è il meccanismo che consente all’organismo di reagire, attivando la risposta di “lotta o fuga”. Esiste uno stress “buono”, l’eustress, che migliora le prestazioni. E poi c’è il distress, lo stress che diventa troppo intenso o cronico. Oggi ci stressa la sveglia, l’anticipazione di una giornata difficile, il pensiero di ciò che deve ancora accadere. Siamo costantemente in allerta. Ed è questa cronicità a fare danni, al cervello e al sistema immunitario.

Tra farmaci e dieta

La ricercatrice ci spiega infatti che «Il cervello si modifica, forma nuove sinapsi. Tutte le cellule hanno una memoria di ciò che avviene». Sottolinea quindi che la plasticità cerebrale sia un concetto chiave per comprendere come esperienze, traumi o infiammazioni prolungate possano lasciare tracce profonde, alterando memoria, concentrazione e apprendimento. Negli ultimi anni la ricerca sta cercando di capire meglio come il dialogo tra cervello, sistema immunitario e ormoni influenzi la nostra salute mentale. Quando questo equilibrio si altera, ad esempio a causa di un’infiammazione prolungata, possono comparire difficoltà di memoria, di concentrazione e di apprendimento. Questo meccanismo potrebbe essere presente in diverse malattie, dai disturbi psichiatrici alle malattie neurodegenerative come la Malattia di Alzheimer, fino ad alcune condizioni che compaiono già nelle prime fasi della vita. «La medicina non dovrebbe solo diagnosticare e curare, dovrebbe prevenire».

Questa è la direzione verso la quale tendono le ricerche della dottoressa, direzione che applica soprattutto nel contesto delle malattie psichiatriche, neurodegenerative e del neurosviluppo. La prevenzione richiede nuovi strumenti: «Depressione, schizofrenia, disturbo post traumatico da stress sono molto più difficili da diagnosticare ed è per quello che anche noi cerchiamo dei target molecolari, qualcosa di misurabile». Nel laboratorio, la ricerca non si limita però ai farmaci.

«Da un punto di vista farmacologico, il farmaco è tutto ciò che introdotto nell’organismo ne modifica la funzione. Molte delle mie ultime ricerche non utilizzano farmaci, ma dieta, probiotici, modificazione del microbiota intestinale». La posta in gioco è alta: «La depressione, per dirne una, si calcola che nel 2030 sarà la principale causa di disabilità a livello globale» sottolinea la ricercatrice e aggiunge: «Tuttavia, in realtà noi non sappiamo ancora esattamente quali siano le cause, nel mio laboratorio ancora si cerca di capire esattamente quale può essere il meccanismo alla base della risposta ai farmaci antidepressivi».

*studentesse del Liceo Muratori San Carlo, classe 5F