La battaglia all’illegalità di Gargano: «Oltre le minacce»
Il sindaco di Castelfranco ha ricevuto il premio “Pio la Torre”: «La Costituzione deve essere la nostra guida contro la criminalità»
CASTELFRANCO. Il premio “Pio la Torre”, ricevuto dal sindaco Giovanni Gargano nel 2024, è solo un simbolico riconoscimento degli sforzi nella lotta contro l’illegalità da lui intrapresa.
«Ne avrei fatto a meno», ammette, perché è il frutto degli episodi di minacce, vandalismo e violenza a lui indirizzati, percorso che però ha dato l’opportunità di creare i 3 viaggi della legalità con gli studenti del territorio, accompagnati nei luoghi simbolo della lotta alla mafia per trasformare la paura in consapevolezza. Proprio la paura è, ed è stata, una realtà quotidiana dell’amministratore locale che però non ha mai pregiudicato il suo impegno civile e politico nella lotta alle mafie, anzi l’ha definita come i «freni di una macchina di Formula 1, importanti quanto il motore».
La Costituzione è la bussola
La motivazione, motore delle sue iniziative, è sempre perciò accompagnata dai freni della responsabilità della sua posizione, non solo personale ma a livello collettivo di ciò che rappresenta, del Comune, della città e della sua famiglia. La bussola in questo senso rimane la Costituzione italiana, il primo cittadino infatti cita l’articolo 3 per spiegare meglio a noi studenti quelli che è il suo lavoro di tutti i giorni e gli obiettivi di quest’ultimo: «Io sono qui con i miei collaboratori per creare opportunità … le azioni che facciamo devono essere a disponibilità di tutti così da rimuovere ogni ostacolo e mettere tutti nella stessa linea di partenza».
Tuttavia, la motivazione può mancare o cedere nei momenti più critici, nei momenti in cui le violenze verbali diventano minacce di morte e anche i propri affetti personali vengono coinvolti: è in questi momenti in cui serpeggia il “chi te lo fa fare?” e le motivazioni vacillano. Il “valore dell’esempio” a questo punto diventa fondamentale, la responsabilità verso chi ha perso la vita per combattere questa guerra e il richiamo morale portano avanti il desiderio di rivincita contro le ingiustizie sofferte dallo Stato e dalle vittime delle associazioni mafiose. Basta ricordare i 56 giorni vissuti da Paolo Borsellino successivi alla morte dell’amico Giovanni Falcone, nel timore e nell’incertezza continua, nella consapevolezza di avere poco tempo e nonostante ciò l’imperturbabilità del magistrato nel perpetrare il suo lavoro anche per onorare la memoria dell’amico.
Ecco dunque come l’esperienza e la testimonianza non rimangono parole virgolettate ma diventano gli “strumenti di deterrenza” più efficaci per preservare i giovani e allontanarli dalla criminalità in modo radicato, gettando un seme nella coscienza di ciascuno. Il Viaggio della Legalità serve dunque ad educare a comprendere la pericolosità subdola dettata da quelle che sono le capacità di adattamento della mafia che, come dice Gargano «è camaleontica e riesce a mimetizzarsi in ogni ambiente, con l’unico scopo del guadagno declinato in termini economici di potere eccetera».
Le tempistiche per svolgere azioni a tutela e nel rispetto di tutti sono indiscutibilmente più lunghe e il non rispetto delle regole, sommato ad enormi disponibilità economiche e soprattutto a figure competenti, comprate e corrotte o integrate nell’organizzazione, hanno «reso il cervello l’arma più potente delle organizzazioni, superando la violenza, strumento invece fino a pochi decenni fa era preponderante».
«Superare l’indifferenza diventando attivi»
Ecco dunque che il primo cittadino raggiunge il nocciolo dell’insegnamento che le sue iniziative vogliono raggiungere: «Superare l’indifferenza diventando attivi». Paragonando le associazioni mafiose al bullismo, sottolinea come il problema principale sia «indifferenza e complicità verso il prepotente a fronte della vittima», una scelta che tenta di preservare se stessi a discapito degli altri senza tenere in considerazione che «il prossimo potrebbe essere lo stesso che si è voltato dall’altra parte».
Questo sistema ha leso la società nella propria unità e integrità a combattere la malavita minando la solidità stessa dello Stato in questa guerra e esponendo ogni individuo alla mercè delle organizzazioni criminali. Il primo risveglio da questa sorta di torpore arriva nel 1992 con l’assassinio dei paladini dei cittadini, da quel momento «gli indifferenti sono scesi in campo con lo Stato e hanno cominciato la rivincita verso la mafia», perciò è solo quando i cittadini, quindi Libera come altre associazioni, il terzo settore, cioè tutto quello che si era creato in seguito a questi affronti, che lo Stato ha cominciato la propria rivalsa arrestando e smantellando parti delle associazioni mafiose. Solo grazie a tutto ciò «oggi siamo in una condizione in cui la situazione non è ancora terminata però c'è un equilibrio migliore». *studentessa del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5F
