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A tu per tu con Longo, in prima linea contro i tumori

di Anna De Nicola, Alessia Mehdihoxha, Sofia Nicolini e Chiara Tassi*
A tu per tu con Longo, in prima linea contro i tumori

Il medico è primario del Centro oncologico modenese: «Servono passione e dedizione»

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MODENA. Il dottore Giuseppe Longo, primario del Centro oncologico modenese e direttore del dipartimento di Oncologia ed Ematologico dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena, si occupa di pazienti che hanno tumori e che sviluppano problematiche e complicanze infettive. Inoltre svolge un ruolo attivo in ambito regionale: fa parte, infatti, del gruppo di lavoro sui farmaci oncologici che da un lato hanno un ottimo impatto dal punto di vista della cura ma dall'altro sono molto costosi infatti la spesa farmaceutica della regione Emilia-Romagna è circa 2 miliardi e di questi un quarto sono per farmaci oncoematologici.

Longo, cosa l’ha spinta a scegliere questo percorso?

«Il motivo per cui ho scelto di fare il medico è stato quello di aiutare le persone che hanno bisogno e la malattia è certamente una delle condizioni di maggiore fragilità».

Quanto è importante l’aspetto umano nella sua professione?

«L'aspetto umano è quello più importante. Io non farei un test sui contenuti tecnico scientifici per accedere a medicina, ma ne farei uno psico attitudinale: se si supera un test di questo tipo vuol dire che si hanno le capacità umane per aiutare chi ha bisogno perché le conoscenze tecnico scientifiche si imparano durante il percorso di studi».

Come si costruisce un rapporto di fiducia con il paziente in situazioni difficili?

«La relazione tra medico e paziente si basa sulla fiducia e il dovere del medico è di capire e di ascoltare fino in fondo i bisogni del paziente che possono essere fisici legati alla malattia ma anche mentali e psicosociali. È fondamentale adattare la relazione in base al singolo paziente sia dal punto di vista dei contenuti perché c'è chi riesce a sopportare informazioni più dettagliate e chi invece ha bisogno che ci si fermi prima; sia dal punto di vista del linguaggio, banalmente, noi medici non possiamo utilizzare un linguaggio troppo difficile perché c’è chi non lo capirebbe come non possiamo utilizzare un linguaggio troppo semplice con chi ha le capacità di capire. Inoltre è sempre necessario mantenere la comunicazione il più possibile aderente alla realtà valutando se in quel momento il paziente la possa sopportare».

Come affronta emotivamente le situazioni più delicate o le perdite?

«Con il paziente bisogna sempre avere una “giusta distanza”: da una parte non bisogna essere eccessivamente distaccato, perché non c’è nulla di peggio che percepire un medico indifferente; dall'altra parte il medico non deve diventare come un famigliare perché perderebbe la lucidità di prendere decisioni corrette. Questa “giusta distanza” si apprende nel tempo ma dipende anche da noi stessi».

C’è un caso nel corso della sua carriera che l’ha segnata particolarmente?

«Penso che i casi più impattanti siano quelli che coinvolgono i ragazzi. Ricordo ad esempio un ragazzo colpito da leucemia acuta, tra i 16-17 anni che pur essendo malato terminale, incoraggiava e rassicurava lui stesso i suoi genitori. Un altro caso per me molto significativo riguarda un papà e un figlio provenienti dalla Sicilia che, colpiti entrambi dalla stessa malattia, vennero a Modena a farsi curare. Si ammalò prima il bambino, il quale venne trattato e successivamente mandato in remissione recidiva, in seguito si ammalò anche il papà che dopo vari trattamenti guarì dalla malattia, entrambi sempre di un'allegria incredibile».

Se dovesse descrivere il suo lavoro con tre parole, quali sceglierebbe?

Cosa direbbe a un giovane che vuole intraprendere questo percorso? «Impegno, passione e motivazione sono le tre parole che userei per descrivere il mio lavoro che ha come obiettivo curare e portare ogni giorno beneficio al paziente. È necessario ricordare ai giovani che vogliono intraprendere questo percorso di viverlo non pensando al guadagno e al profitto ma ricordandosi di avere a che fare con degli esseri umani, che hanno bisogno di sostegno psicologico e fisico, ai quali ci si deve rivolgere con totale onestà intellettuale cercando di soddisfare i loro bisogni».

Cosa le ha insegnato questa professione dal punto di vista umano?

«La vita va vissuta ogni giorno come se fosse l'ultimo. Ogni giorno ci sono circa 10-12 persone che ricevono una diagnosi di tumore. Fortunatamente il 60/70% di queste guarisce grazie a vari trattamenti. Questa diagnosi però ti stravolge completamente la vita, facendo cambiare naturalmente le priorità e la visione sul mondo. Tutto ciò fa riflettere sul fatto che ogni giorno si è continuamente alla ricerca di ciò che ci manca piuttosto che vivere al massimo la vita che ciascuno ha».

*studentesse del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5F

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