Viaggio nel cinema con il festival Ribalta
A Vignola arriva un appuntamento dedicato ai film sperimentali
VIGNOLA. In un epoca in cui la filmografia sembra coincidere solo con piattaforme e fini commerciali, nelle zone più tranquille della nostra provincia, lontane dai grandi cinema, è emerso un approccio totalmente diverso.
Al Ribalta Experimental Film Festival di Vignola il cinema non è solo fatto di storie affascinanti da seguire, ma anche di immagini che possono essere esplorate e analizzate in modo più profondo. Questo è l'obiettivo ambizioso del festival che tornerà con la sua sesta edizione dall’11 al 15 marzo, con una anteprima il 27 e 28 febbraio dedicata all’animazione sperimentale d’autore.
Noi studenti abbiamo incontrato il direttore artistico Giovanni Sabattini.
Alle radici del festival
Partendo dalle origini: Come è nato il festival? «Il festival è nato abbastanza per caso… quando i pianeti si sono allineati in un periodo infausto, quello della pandemia. Se andate a vedere quanti festival si occupano di cinema sperimentale in Italia, sono pochissimi. È un’esperienza fondamentale dell’audiovisivo ma poco programmata, poco vista». Che tipo di sguardo al cinema volete proporre? «Il cinema sperimentale andrebbe detto sempre al plurale, perché esistono più pratiche. Non un unico stile, ma tanti modi diversi di lavorare su pellicola, digitale, dispositivi meccanici, videoarte, animazione radicale, intelligenza artificiale».
La svolta più interessante arriva quando tocchiamo il rapporto tra cinema e filosofia. Sabattini, laureato in filosofia, ha studiato a fondo Henri Bergson, pensatore che paradossalmente diffidava del cinema: «La filosofia ha avuto un pessimo rapporto con il cinema. Bergson lo critica perché, secondo lui, il cinema parcellizza il tempo in istanti, mentre il tempo vero è movimento continuo».
«La scuola ha un ruolo fondamentale»
In altre parole, il film spezzerebbe il flusso in fotogrammi, “spazializzando” il tempo. Ma proprio da questa critica nasce una chiave per capire il cinema di ricerca: «Il cinema sperimentale prova a uscire da una percezione normale delle immagini. Quella che era una critica può diventare un modo diverso di intendere il cinema».
Con le scuole il discorso diventa pratico: «La scuola gioca un ruolo fondamentale in tutto questo. Gli studenti non sono solo spettatori, ma sono anche parte attiva del festival. Il festival organizza delle giornate dedicate proprio agli studenti, portando loro film che forse non avrebbero mai visto altrimenti. L'idea è quella di sorprendere i giovani e far loro scoprire nuove cose. Ma non si tratta solo di guardare i film. Gli studenti possono anche partecipare attivamente alla creazione di alcuni aspetti del festival, come i manifesti, le grafiche e le sigle animate. Tutto questo avviene attraverso laboratori organizzati con le scuole del territorio e associazioni artistiche».
Come imparare a guardare
La domanda più diretta riguarda noi studenti di una generazione di scroll, clip, video brevi: Che cosa può insegnare il cinema non narrativo a chi è abituato a immagini velocissime? «Disancora certe abitudini. Ci abitua a considerare il dramma delle immagini. Non il dramma della storia, ma quello dell’inquadratura, del ritmo, della forma».
Quindi un ultima, quanto importante, domanda: le sfide più grandi? «Che non ci sono soldi. E che è un’esperienza che sciocca, quindi all’inizio il pubblico è poco”. Ma il suo metro di successo è diverso dai numeri: “Io sono felice quando anche solo due occhi incontrano certe immagini e se ne innamorano». Forse è questa la definizione più giusta del festival: non un evento da consumare, ma un incontro che cambia il modo di vedere. In un mondo che ci mostra tutto e subito, imparare a guardare davvero è già un atto creativo.
*studentessa del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5F
