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Il Teatro dei Venti in carcere: «L’arte è evasione e libertà»

di Rita Delle Noci*
Il Teatro dei Venti in carcere: «L’arte è evasione e libertà»

Salvatore Sofia: «Così i detenuti diventano attori, la recitazione rompe il “corto circuito” e la routine che vivono»

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MODENA. Con questa parola, “utopia”, Salvatore Sofia, responsabile della comunicazione e curatore della scrittura dei progetti del Teatro dei Venti, racconta un’esperienza che da vent’anni intreccia creazione artistica e carcere e che oggi rappresenta un vero presidio in cui la parola “professionismo” non è una concessione retorica ma un obiettivo quotidiano nel quale i detenuti diventano attori.

Tutto parte nel 2006

«Questo non è un laboratorio sociale», afferma, «è teatro a 360 gradi. Non esiste un teatro, e poi, un teatro in carcere. Gli spettacoli con i detenuti sono diventati centrali nella nostra produzione». Il progetto nasce nel 2006, quasi in parallelo con la fondazione della compagnia, quando il comitato provinciale Arci Modena chiede al regista Stefano Tè di progettare un laboratorio di dieci incontri nel carcere di Castelfranco Emilia dopo i quali, con un progetto ancora più ambizioso, viene realizzato lo spettacolo “Frammenti”, arrivato in finale al “Premio Scenario” nel 2007. Da lì in avanti non un’iniziativa episodica, ma un vero spazio di produzione artistica dentro il carcere.

«Fin dall’inizio abbiamo chiesto un risultato professionale», sottolinea Sofia. «Dopo la formazione, ai detenuti chiediamo ciò che si chiede a un attore». Il metodo utilizzato è quello della cooperazione: tutti partecipano alla creazione, anche chi ha ruoli apparentemente minori. «La soddisfazione è nel sentirsi parte di una macchina che funziona insieme».

Nel tempo il lavoro cresce, si struttura e si integra completamente nelle produzioni della compagnia. Con il progetto “Odissea” si compie un passaggio decisivo: non esiste più una separazione tra spettacoli “fuori” e spettacoli “in carcere”; si tratta di un unico percorso artistico. Nel 2019 arriva un riconoscimento importante: il Premio Ubu per la scenografia di Moby Dick, spettacolo che coinvolgeva detenuti, bambini, cittadini.

«Formazione e produzione procedono insieme»

Nel 2025 un nuovo Premio Ubu, assegnato alla trilogia dell’assedio e ai molteplici progetti in carcere e di comunità. Un riconoscimento non solo estetico, ma politico e culturale: il lavoro con i detenuti è qualità artistica. Parallelamente nasce l’Accademia delle Arti e dei Mestieri: un percorso strutturato che forma professionalità quali attori, tecnici, costumisti, drammaturghi… ma soprattutto media il delicato passaggio tra il “dentro” e il “fuori” contribuendo al reinserimento socio-lavorativo.

«Accademia e creazione sono le due chiavi del nostro lavoro» spiega Sofia, «Formazione e produzione procedono insieme, in un sistema che mette in relazione professionisti, allievi e detenuti». Ma come hanno vissuto i detenuti questa esperienza? Stefano Tè, regista e direttore artistico, è netto: «All’inizio il teatro era vissuto come un momento di evasione, di socializzazione, anche come un modo per uscire dalla routine del carcere».

Un’occasione per spezzare la ripetizione, per riattivare il contatto umano. «In carcere si parla sempre di carcere. Si entra in un corto circuito. Il teatro rompe quel meccanismo». Il confronto con i classici – Sofocle, Eschilo, le tragedie dell’assedio – è stato un banco di prova decisivo. «I testi vengono portati nella loro quasi sacralità», raccontano. Non vengono semplificati, ma studiati, scavati e, dove necessario, riscritti. Un lavoro drammaturgico condiviso, che ha unito esegesi dei testi antichi e scrittura originale. I detenuti si sono avvicinati alla tragedia con una sorprendente radicalità.

«Un lavoro immersivo»

«Non è un lavoro scolastico», chiarisce Tè. «È immersivo». Affrontare la parola tragica significa confrontarsi con temi estremi – colpa, destino, responsabilità – che dentro il carcere risuonano con una forza particolare;non per sovrapposizione facile, ma per intensità umana. All’inizio qualcuno cercava soprattutto un beneficio, un permesso in più, la possibilità di uscire per uno spettacolo, «Ma poi resta la soddisfazione di essere parte di qualcosa», insiste Tè. “Fare cose difficili; pronunciare testi complessi, dominare il corpo in scena, reggere la responsabilità di un pubblico vero” Oggi il progetto continua e si rinnova. Il prossimo grande cantiere è Macbeth, coproduzione che coinvolge il Teatro dei Venti, ERT (Emilia Romagna Teatro) e la rete dell’Accademia. Sarà un debutto atteso. Ma, più che l’evento, conta il processo. Perché, come ripete Salvatore Sofia, «l’utopia non è un sogno irrealizzabile». È una pratica quotidiana, rigorosa, condivisa.

*studentessa del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5A