Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

L’alfabeto dell’accoglienza: «La lingua come un ponte»

di Rebecca Pop e Caterina Maffei*
L’alfabeto dell’accoglienza: «La lingua come un ponte»

Alla Penny Wirton l’insegnamento dell’italiano diventa relazione. Vellani: «Qui solo presenze e non assenze, poi non diamo voti»

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MODENA. C’è un luogo in pieno centro che nasce da un sogno: la scuola Penny Wirton di Modena. Qui la lingua diventa relazione, fiducia, incontro. In questi anni i ragazzi hanno acceso passioni, costruito legami e imparato uno stile fatto di ascolto e presenza.

«Non abbiamo paura di chiedere aiuto»

«Ho imparato che se hai bisogno di aiuto, non devi avere paura a chiederlo», sono le parole di Natalia, originaria della Bielorussia. Come lei anche Tanvi, dall’India, studia italiano perché ritiene sia molto importante connettere le persone tra loro, o come ha detto lei «it’s very important to connect people around here». E forse è proprio questo il senso di tutto: connettere persone, una parola alla volta. «La Penny Wirton è una scuola gratuita di insegnamento di italiano per persone migranti, fondata da Anna Luce Lenzi ed Eraldo Affinati. L’associazione è una rete di 65 scuole sparse in tutta Italia, a Modena la sede è in via dei Servi», dice Claudia Vellani, la referente della scuola.

Da dove deriva il nome Penny Wirton?

«È lo pseudonimo di un personaggio del romanzo “Penny Wirton e sua madre” di Silvio D’Arzo. La storia narra la vita di un ragazzo senza padre che ha molte difficoltà a trovare il suo posto nel mondo, deve scoprire come inserirsi nella società e trovare un lavoro. I nostri scolari sono come tanti Penny».

I ragazzi come vengono a contatto con la scuola?

«Molto grazie al passaparola poi, per esempio, ce li manda il centro servizi, che per loro è spesso il primo approdo».

Che metodo utilizzate per insegnare l’italiano ai ragazzi e per coinvolgerli durante le lezioni?

«I giovani hanno bisogno di apprendere velocemente una lingua da usare nel quotidiano, per cui lo studio delle parole si basa su immagini e disegni e per essere maggiormente efficace è individualizzato o a volte a gruppetti di tre o di quattro, in modo da far nascere la fiducia. Questo metodo, inoltre, li rende consapevoli delle loro risorse, a tal punto che si stupiscono delle loro capacità. Si sentono accolti e guardati negli occhi, riconosciuti nella loro umanità. Alla Penny Wirton non si segnano le assenze, ma le presenze perché siamo convinti che queste persone siano così più motivate a imparare l'italiano».

Quando e come è nato il suo interesse per questo progetto?

«Al momento del pensionamento, rivolgendomi alla Caritas diocesana per fare volontariato in un centro diurno. Gli operatori mi hanno proposto di creare una scuola di italiano, dato che sono un'ex insegnante di italiano e storia. Ho accettato per offrire la conoscenza della lingua, essenziale per dignità e inserimento».

In che modo lei, in quanto esperta di Don Milani, coniuga gli insegnamenti di quest’ultimo con quelli proposti dalla Penny Wirton?

«La Penny Wirton si è inserita un po’ nella mia ricerca su Don Milani. Sono riuscita, infatti, a realizzare il sogno di Barbiana, che non ero riuscita ad attuare a pieno nei miei anni di insegnamento. Alla Penny Wirton, così come faceva Don Milani, l’attenzione è volta alla singola persona, che ha dentro un tesoro che deve trovare, ma solo chi possiede la parola riesce a condividerlo con gli altri».

Crede che la Penny Wirton aiuti i ragazzi anche oltre l’ambito dell’educazione?

«Sì, li sostiene nel muoversi nella realtà e nel comprendere ciò che studiano, ad esempio per prendere la patente e per capire il significato delle parole. Spesso incontrano termini che mettono in difficoltà anche i compagni italiani».

Quali cambiamenti riscontra nei ragazzi che segue?

«La Penny Wirton per loro, come per noi, è un momento di respiro, di serenità. Riscontriamo dei cambiamenti quando vediamo i ragazzi, all’inizio spaventati e cupi, sorridere. Vediamo tanta educazione, rispetto, gratitudine anche nei nostri confronti. A volte a Natale ci portano i panettoni come segno di ringraziamento, ma noi siamo grati a loro perché ci ricordano cosa vuol dire essere umani».

*studentesse del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5A