Gazzetta di Modena

Modena

Scuola 2030

«Nessuno vada perduto»: la missione del Ceis raccontata dal fondatore Stenico

di Sofia Manfredi e Hiba Oumeriem*
«Nessuno vada perduto»: la missione del Ceis raccontata dal fondatore Stenico

I tre pilastri dell’associazione: «Ascolto, relazioni, persone»

3 MINUTI DI LETTURA





MODENA. «Ascolto, relazioni, persone». Padre Giuliano Stenico, fondatore del Ceis di Modena, racconta le prerogative dell'ente e la storia della sua nascita.

Come descriverebbe l'associazione Ceis e le iniziative che il suo ente propone per fornire aiuto e sostegno a coloro che si affidano ad esso? E qual è stato il percorso che ha portato alla sua nascita e fondazione?

«Il Centro di Solidarietà di Modena è una fondazione Onlus che interviene in diversi ambiti: abbiamo ragazzi che soffrono di dipendenze patologiche come droga e alcolismo, minori e immigrati che provengono da situazioni familiari complesse. La sua fondazione è stata pressoché consequenziale al mio intervento in famiglie di tossicodipendenti: ad esempio, circa nel ’78, una coppia con un figlio con questa dipendenza si trasferì vicino a me. Visto che l'unica associazione disponibile che si occupava di tali problematiche era a Roma, il ragazzo era costretto a spostarsi di continuo. Dunque, poiché facevano parte della mia comunità, vennero a chiedermi una soluzione, che portò alla definitiva nascita nel 1982 del CEIS a Modena».

Quali sono i metodi di intervento principali che proponete per portare aiuto a coloro che soffrono delle problematiche di cui vi occupate? Come sono collegati con il suo percorso spirituale personale?

«Innanzitutto la nostra associazione si fonda sull'ideale che i nostri ospiti non siano utenti ma persone con un'esperienza alle spalle. Questo tipo di approccio che privilegia appunto la persona, l'auto aiuto, la costruzione di un contesto comunitario è quello che abbiamo applicato a tutte le situazioni e deriva dalla concezione cristiana di comprensione senza distinzioni. In tale esperienza la spiritualità è evidente perché origina dall'insegnamento di Gesù che non giudica mai e che dice “io sono venuto perché nessuno vada perduto”. Dunque il nostro assetto si fonda sul fornire una risposta in base alla richiesta e al problema riscontrato».

Qual è l'approccio che utilizzate come cura principale per assistere i vostri ospiti?

«Ci sono diversi approcci. Per esempio, durante un episodio di delirio, è importante assecondare l'ospite, validare il suo stato, parteciparvi e provare a sostenere il paziente. Questo per dire che bisogna entrare dentro il delirio, non approvarlo, ma aiutare la persona ad uscirne, seguendo la sua immaginazione e non la propria. Ad esempio, durante un mattino pieno di nebbia, l'umore dei malati mentali era peggiorato. L'operatore presente non riusciva a calmarli. Allora, il direttore ha proposto di “fare i matti”. E tutti gli operatori hanno fatto lo stesso. Così gli ospiti si sono calmati da soli e loro stessi hanno invocato la calma collettiva».

Com'è organizzata la struttura della vostra associazione? Il personale è formato maggiormente da professionisti, volontari, dipendenti?

«Quando aprimmo la casa per malati mentali il direttore voleva assumere uno psichiatra del settore pubblico perché lo riteneva la persona più adatta. Ma noi operatori abbiamo espresso il volere di fornire come responsabile della comunità un educatore professionale, perché altrimenti si sviluppa un rapporto tra ospite e dottore in cui il malato è limitato esclusivamente al suo ruolo di paziente. Alla fine il direttore accettò la nostra richiesta e scelse di mantenere lo psichiatra del settore pubblico solo come responsabile esterno per accertarsi dell'operato del professionista interno».

Sappiamo che lei gestisce anche una casa alloggio che funge da comunità per detenuti in misura alternativa al carcere, può parlarcene?

«La Casa di accoglienza “Don Giuseppe Nozzi", sempre gestita dal CEIS, si occupa di promuovere l'inserimento sociale e lavorativo dei detenuti che vengono forniti di una misura alternativa al carcere per espiare la propria pena. In questa maniera riusciamo a ridurre la recidiva di più del 80%». 
*Liceo Muratori -San Carlo Classe 5A