Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Ritiro sociale adolescenziale: «Una realtà ormai concreta»

di Laura Braghiroli, Elisa Succi e Martina Maiello*
Ritiro sociale adolescenziale: «Una realtà ormai concreta»

Vaccari (Venturi): «Non si tratta di pigrizia o mancanza di volontà, parliamo di sofferenza emotiva e la scuola deve decifrarne i segnali»

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MODENA. Il ritiro sociale adolescenziale non è più un’ombra invisibile. È una realtà concreta che interroga la scuola, le famiglie e l’intera comunità educante.

All’IIS Venturi di Modena, dal 2021, sono attivi progetti strutturati di prevenzione e presa in carico degli studenti a rischio, con l’obiettivo di intercettare precocemente una sofferenza che spesso si manifesta senza fare rumore.

Ne abbiamo parlato con Alessandra Vaccari, docente dell’istituto, che da anni si occupa di studenti con bisogni educativi speciali e di interventi di prevenzione del ritiro sociale. Il suo percorso professionale affonda le radici in una lunga esperienza come Educatrice professionale in ambito sociale e si è consolidato nel mondo della scuola, dove opera ormai da oltre dieci anni. Alla Formazione Pedagogica ha affiancato, nel 2022, una laurea in Psicologia dell’intervento clinico e sociale, per approfondire teorie e pratiche di prevenzione e sostegno agli adolescenti.

«Una manifestazione di sofferenza profonda»

«È fondamentale chiarire che non si tratta di pigrizia o mancanza di volontà» spiega la professoressa Vaccari. «Il ritiro sociale è una manifestazione di sofferenza emotiva profonda. L'auto isolamento diventa una strategia di sopravvivenza psichica quando l’angoscia e il senso di inadeguatezza diventano insostenibili, soprattutto durante la crisi evolutiva dell’adolescenza». Nelle Linee di indirizzo della Regione Emilia-Romagna il ritiro sociale viene definito una “ribellione silente”: una protesta muta che colpisce i ragazzi proprio nel momento più delicato della loro crescita. Per questo la scuola assume un ruolo centrale.

«È il primo contesto istituzionale in grado di decifrare i segnali», sottolinea Vaccari, «ed è anche il luogo in cui si può intervenire per evitare che il disagio si cronicizzi».

Come riconoscere i segnali

I campanelli d’allarme sono spesso sottili ma riconoscibili: assenze scolastiche intermittenti, soprattutto nei giorni delle verifiche, isolamento durante la ricreazione, difficoltà nelle ore di scienze motorie, fino a un progressivo mutismo. «Il confronto con la famiglia è essenziale», aggiunge la docente. «Bisogna aiutare i genitori a capire che dietro questi comportamenti non c’è disinteresse, ma dolore».

«La scuola deve essere il luogo dove si apprende la gestione degli insuccessi e si accetta la fragilità come parte del percorso evolutivo» spiega Vaccari. «Nessuno è perfetto: noi adulti dobbiamo ricordarcelo e non caricare i ragazzi di aspettative irraggiungibili, e ai giovani dobbiamo testimoniare che l'imperfezione ci libera, ci aiuta a essere noi stessi in maniera autentica e a reggere con più leggerezza gli sguardi degli altri che spesso i ragazzi percepiscono come minacciosi e giudicanti, spingendoli a difendersi e a ritirarsi».

Come è possibile uscirne

Il messaggio finale per ogni adolescente che si sta chiudendo in sé stesso è chiaro: questa condizione «non è per sempre». La Rete Modenese Nel 2021 nascono in contemporanea due progetti: il Progetto RI-SO dell'AUSL di Modena e il progetto di prevenzione al ritiro "Bloom" dell'Istituto Venturi. Il Progetto RI-SO dell'AUSL Modena offre consulenza psicologica ai genitori, formazione agli insegnanti, facilitando il dialogo tra i servizi sanitari e il mondo della scuola.

Il progetto del Venturi condivide con il progetto RI-SO l’importanza del lavoro di rete, ma ha una finalità più operativa e didattica. Si occupa di come lo studente “abita” la scuola, gestendo le assenze, la valutazione e la frequenza attraverso percorsi di rientro graduale e un sostegno ad alta intensità educativa.

I coordinatori rilevano il caso, avvisano la dirigente e consultano le referenti scolastiche. Questo attiva un protocollo che prevede la convocazione dei genitori e l'attivazione di percorsi personalizzati allegati al PDP (Piano Didattico Personalizzato) dello studente, che ha la possibilità di venire accolto in “luoghi protetti” pensati per chi vive una fobia scolare acuta. Questo piano didattico privilegia una valutazione formativa che valorizza la “cultura del compito” rispetto alla prestazione pura. Una delle chiavi per prevenire il ritiro è il cambiamento culturale: occorre passare dalla cultura della prestazione a quella della normalità dell'imperfezione.

*studentesse del Liceo Venturi, classe 3R