Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Una rete di 15 centri in regione per uomini violenti con le donne

di Sara Amitrano e Letizia Giovanelli*
Una rete di 15 centri in regione per uomini violenti con le donne

I percorsi si fondano sull’assunzione di responsabilità personale, il fine è la sicurezza e il benessere di donne e bambini

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MODENA. «Provo a fare da mediatore… quindi credo che mia moglie non abbia più paura di me, perché vede che c’è stata un’evoluzione, un cambiamento totale»: è una testimonianza che si inserisce nel lavoro portato avanti in Emilia-Romagna, dove è attiva una rete di 15 Centri per uomini autori di violenza di genere (C.U.A.V.), strutture che affiancano i servizi di tutela delle vittime con un obiettivo chiaro: ridurre la recidiva e fermare la violenza agendo su chi la esercita.

L’approccio è nato in Norvegia

Sostenuti dalla Regione dal 2011, i centri si rivolgono a uomini che hanno agito o rischiano di agire con comportamenti violenti nelle relazioni familiari e di coppia. I percorsi si fondano sull’assunzione di responsabilità personale e sul riconoscimento della violenza come modalità relazionale inaccettabile. Sette centri sono a gestione pubblica, i Liberiamoci dalla Violenza (LDV) delle Ausl di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara e Romagna, altri otto sono invece gestiti da enti del privato sociale, con sedi diffuse sul territorio regionale.

Quasi tutti adottano il modello Alternative to Violence (ATV). Un approccio terapeutico, nato a Oslo nel 1987, che lavora sulla responsabilizzazione dell’uomo autore di violenza, aiutandolo a riconoscere i propri comportamenti, le emozioni e i meccanismi di controllo e potere alla base della violenza, sviluppando strategie alternative a quelle violente nella gestione dei conflitti. A Modena, il Centro LDV, attivo dal 2011 e primo centro pubblico in Italia di questo tipo, opera all’interno del Consultorio Familiare dell’Ausl.

“Ma l’amore c’entra?”

Una scelta che ribadisce come il lavoro con gli uomini abbia come fine ultimo la sicurezza e il benessere di donne e bambini. L’accesso è gratuito e volontario: prima di iniziare il percorso, che dura in media un anno, sono previsti colloqui di valutazione per verificare motivazione, condizioni psicologiche e assenza di dipendenze. Al termine, il centro segue gli utenti con controlli fino a due anni. Accanto ai percorsi terapeutici, il centro promuove iniziative di informazione e sensibilizzazione. Tra queste, il documentario “Ma l’amore c’entra?”, in cui tre uomini — Luca, Paolo e Giorgio (nomi di finzione) — raccontano le loro esperienze come uomini violenti. Emergono narrazioni di un “prima” segnato da esplosioni di rabbia, da stereotipi culturali trasmessi e vissuti in famiglia e dall’idea che la violenza maschile fosse qualcosa di normale, legata al proprio genere.

Emerge spesso nei racconti, come siano le donne a spingere compagni o mariti a intraprendere questo percorso, nel tentativo di “curare” qualcosa che, in realtà, non è affatto normale. Dopo l’ingresso in Liberiamoci dalla Violenza, gli uomini raccontano un iniziale senso di giudizio durante i primi colloqui, seguito però da esperienze di gruppo percepite come fondamentali: uno spazio in cui comprendere di non essere gli unici e che anche altri con storie e situazioni diverse, tutte accomunate da esiti violenti, come loro cercavano aiuto.

Cambiare oggi per prevenire la violenza domani

Uno di loro racconta «mi ha permesso (l’ente) di accendere una lampadina, in una stanza in cui io non sapevo nemmeno che ci fosse l’impianto elettrico. E invece ho trovato l’interruttore e c'è anche la lampadina, adesso dobbiamo solo vedere come riorganizzarla, la dobbiamo ripulire e vedere come arredarla, però perlomeno adesso so che ci posso vedere. Vedo qualcosa che invece prima non era così». Un altro invece dice che ha imparato a non alimentare lo scontro, ma a fare da tramite, anche tra i figli e la moglie, che adesso non ha più paura di lui.

Ciò che la LDV gli ha insegnato è di riuscire a riconoscere i momenti in cui sono a rischio di diventare aggressivi e capire come controllarli. Negli ultimi anni, il centro modenese ha inoltre avviato una ricerca pilota per valutare in modo sistematico gli esiti dei percorsi di trattamento. Un lavoro che mira a migliorare l’efficacia degli interventi e a offrire nuovi strumenti di comprensione di un fenomeno che resta drammaticamente attuale anche a livello locale. La violenza maschile non è un destino né una fatalità: è una scelta, appresa e ripetuta, che può quindi essere disimparata. Perché il cambiamento non nasce dal silenzio o dalla punizione fine a sé stessa, ma dalla responsabilità assunta, dallo sguardo che si accende e dalla scelta quotidiana di non usare più la violenza come linguaggio. E investire in questo cambiamento significa, oggi, prevenire la violenza di domani.

*studentesse del Liceo Venturi, classe 3R