Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Annalisa Vandelli, fotoreporter modenese: «Così il mio lavoro nel mondo diventa vita»

di Matilde Bonucchi e Carmela Falcone*

	La fotoreporter modenese Annalisa Vandelli
La fotoreporter modenese Annalisa Vandelli

A tu per tu con una professionista dello scatto alla ricerca del caos armonico

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«Chi sei?». «Una giornalista». «Allora perché non lavori?. Dillo al mondo. Dillo al mondo quello che noi viviamo». Queste parole, pronunciate da una bambina al confine tra la Giordania e la Siria, permisero ad Annalisa Vandelli, scrittrice e fotoreporter freelance modenese, di comprendere l’importanza del proprio lavoro.

Annalisa ha avuto modo di prepararsi, studiando e leggendo libri, per i suoi numerosi viaggi nel cuore dell’Africa, rimanendo piacevolmente stupita nel constatare che «il bello è non trovare quello che cerchi, ma cercare quello che trovi».

La carriera di Annalisa è incentrata nel comunicare con umiltà ed empatia un messaggio sincero anche attraverso «la fotografia che non si scatta e le parole che non vengono pronunciate».

Nel suo lavoro, è in grado di fondere musica, poesia e fotografia per trasmettere allo spettatore il fascino della caotica armonia che regna nel continente africano. In cosa consiste il lavoro del reporter?

«Inizia con una profonda preparazione a livello culturale, mentre a livello logistico è necessario tenere conto degli spostamenti, dei criteri di sicurezza e delle malattie contraibili; è fondamentale la presenza di un fixer, una persona di riferimento che faccia da guida per le mete prefissate, e di un eventuale traduttore. Il vero lavoro comincia una volta giunti in loco, conoscendo la gente del posto e instaurando subito una relazione con loro attraverso le parole e i gesti, senza essere invadenti. Il fotografo deve avere la capacità di diventare trasparente nell’ambiente circostante e di catturare la realtà racchiusa in un fugace battito di ciglia».

Quali esperienze conserva tutt’oggi?

«In uno dei miei viaggi in Algeria mi ammalai gravemente: tentai di guarire facendo uso di antibiotici e altri medicinali, ma nulla sembrava funzionare. Un gruppo di donne Sahrawi mi si avvicinò e si propose di utilizzare la medicina tradizionale del proprio popolo per guarirmi. Inizialmente mi dimostrai diffidente e scettica nei loro confronti, tuttavia, non potendo trovare un’altra soluzione, accettai di sottopormi alle loro cure: mi svestirono, per lavare tutto il mio corpo, e mi somministrarono un intruglio di erbe. Dopo pochi giorni fui in condizione di affrontare il viaggio di ritorno. In questa occasione ho appreso l’importanza di superare i limiti del pregiudizio, che non ci consentono di sperimentare. Come reporter ho il dovere di lasciarmi stupire e di raccogliere nuovi stimoli da ciò che mi circonda, senza autoimpormi degli ostacoli alla libertà di apprendimento. Nei miei viaggi ho compreso come spesso sia dalle persone più semplici che si impara a stare al mondo».

Perché fondere le arti della poesia e della fotografia?

«Ho sempre amato la compenetrazione delle arti e ciò che può produrre: pura meraviglia. Il confine tra fotografia e poesia è molto sottile. Io nasco come scrittrice, ma nel tempo è sorta l’esigenza di comunicare in maniera più diretta con lo spettatore: è da questo bisogno che hanno origine tutti i miei eventi teatrali. Voglio che i miei spettacoli fungano da trampolino per la platea, inibendo i freni della razionalità, aprendo le porte alla dimensione della vitalità e della leggerezza. La fotografia di reportage esige un racconto che la renda autentica e che la faccia uscire dal cono d'ombra dell’impersonalità». 

*studentesse del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5D