L’associazione Ampia: «Il nostro impegno per gli altri»
Il racconto del presidente Rostovi: «Ogni giorno impariamo dalle persone che aiutiamo»
MODENA. Modena è stata eletta Capitale del Volontariato 2026, importante riconoscimento che impegna la nostra città nella collaborazione reciproca. L’associazione Ampia APS è attiva nel sostegno e nella promozione della solidarietà verso le persone con disabilità. Luca Rostovi, presidente di Ampia, coinvolto nel sociale ormai da anni, si è offerto per condividere la sua esperienza con i lettori della Gazzetta.
Quando è stata creata l’associazione e con quale missione?
«Ampia APS nasce il primo febbraio del 2024, ma l'equipe di lavoro è già molto consolidata, collaboriamo infatti insieme da oltre cinque anni, provenendo da un percorso comune in un’altra associazione . La nostra missione era quella di dare origine ad un centro per aiutare bambini, ragazzi, adulti neuro divergenti o con disabilità psichiche. Attualmente, l’offerta di Ampia APS abbraccia diversi ambiti: dalle prime terapie comportamentali ai percorsi di socializzazione e gestione del tempo libero, arrivando a sostenere l'inclusione lavorativa».
Quali sono i progetti che impegnano attualmente Ampia APS e con quali finalità?
«Da tempo Ampia APS promuove una serie di laboratori professionalizzanti al mattino destinati agli adulti. Tra questi, spicca l’iniziativa VeloModena, un progetto sviluppato in collaborazione con Amazonia Sviluppo che impegna i partecipanti nella creazione e nell'assemblaggio di biciclette elettriche a pedalata assistita. Inoltre, durante il pomeriggio, portiamo avanti diversi progetti rivolti ai giovani, mediante i quali ci occupiamo della gestione del tempo libero, la socialità e l'inclusione».
Qual è il ruolo del personale e dei volontari all’interno di Ampia APS?
«Ad oggi Ampia APS dispone di otto collaboratori, affiancati da una preziosa rete di volontari che ci danno supporto nella gestione delle varie attività. Ogni lunedì, ad esempio, possiamo contare su Federico e Giacomo, due giovani provenienti dall'esperienza scoutistica che portano con loro entusiasmo e voglia di fare. Per noi operatori sono una risorsa preziosa, ma per i ragazzi rappresentano qualcosa di più: sono dei “pari” o poco più grandi, con cui rapportarsi al di fuori degli schemi tradizionali».
Quali sono i principali obiettivi per il futuro?
«La nostra missione è a lungo termine, perché cerchiamo di coprire tutto il percorso di vita dei ragazzi, partendo dai bambini di due o tre anni di età, in cui si iniziano ad attestare le prime certificazioni in merito alla forma di disabilità di cui si sospetta. Un altro traguardo da raggiungere entro il 2027 è quello del cohousing, ovvero il tentativo di far abitare insieme dai tre ai cinque ragazzi all’interno dello stesso appartamento e di poterne verificare le abilità e le competenze di autonomia».
Secondo lei c’è ancora poca informazione sull’autismo?
«Negli ultimi anni la ricerca è stata in grado di mettere a disposizione il necessario per comprendere e trattare al meglio le disabilità. Nonostante i traguardi raggiunti dalla scienza, il superamento dei pregiudizi non ha ancora registrato la stessa accelerazione, lasciando un divario profondo tra conoscenza e sensibilità comune. Per diverse disabilità c'è ancora una grande resistenza sociale e, ad esempio, non è scontato che una famiglia con un bambino autistico non trovi difficoltà nel prenotare una cena in un ristorante. I genitori sono spesso costretti a celare la disabilità del figlio a causa della necessità di proteggere il nucleo familiare da barriere invisibili ma concrete. Tutto ciò mette in luce quanto la società fatichi ancora ad accogliere la diversità, preferendo la comodità del pregiudizio alla reale inclusione».
Quando era giovane aveva già in mente quale sarebbe stato il suo futuro?
«Fin da giovane sono stato uno di quei ragazzi fortunati che hanno avuto le idee abbastanza chiare, se non tanto su ciò che volevano fare, almeno su ciò che non volevano assolutamente diventare. Questo mi ha risparmiato molte indecisioni. Da sempre ho sentito di avere una certa sensibilità, un’empatia che mi permetteva di cogliere segnali umani».
In che modo questa sensibilità si è trasformata in una scelta di vita e di lavoro?
«Ancora oggi continuo a imparare ogni giorno da questi ragazzi. Credo che quando si ama ciò che si fa, lo studio diventi qualcosa di naturale. Quando una professione smette di essere un lavoro e diventa anche una missione, allora gli sforzi quotidiani trovano sempre il loro senso».
*studenti del Liceo Tassoni, classe 4E
