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Luca Novi: «La passione per la pallavolo ha fatto da subito la differenza»

di Francesco Morselli, Carlotta Della Ragione, Davide Mongiorgi e Arianna Novi*

	Luca Novi insieme al pallavolista Alberto Polo
Luca Novi insieme al pallavolista Alberto Polo

A tu per tu con l’agente di pallavolo modenese

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MODENA. Da allenatore della vecchia Panini all’assistere alcuni dei migliori giocatori di pallavolo del mondo. Luca Novi, agente dal 1993, ha raccontato la sua carriera trentennale dagli inizi con i contratti mandati per Fax fino al presente, tra aneddoti e curiosità.

Che tipo di studi ha fatto?

«Ho studiato economia e ammetto di aver fatto una scelta ponderata alla vicinanza a casa, andavo in bicicletta. È stata la scelta più naturale anche perché era una di quelle facoltà generaliste che lasciavano aperti un po' tutti gli sbocchi professionali».

Come è nata la passione per la pallavolo e qual è stato invece il primo “cliente”?

«La passione è nata giocando, dagli inizi dal cancello di casa e soprattutto negli anni della Panini, dove l’allenatore arrivò persino a costringermi a saltare un allenamento dato che per tre anni e mezzo non mancai mai. Facendo poi l’allenatore e avendo agganci con alcuni giocatori di Serie A, il primo cliente è stato un ragazzo giovane che portai a giocare in B2 a Rovigo».

Parte più difficile del ruolo dell’agente?

«Mantenere il rapporto con un proprio giocatore, sicuramente più difficile rispetto al crearlo, specialmente nei casi di contratti pluriennali dove il contatto non è più intenso e frequente».

Il rapporto con gli assistiti è meramente professionale o sfocia anche nell’amicizia?

«Il rapporto professionale rappresenta sempre la base, ma con il passare del tempo se si ha avuto un legame onesto e leale talvolta quelli più duraturi diventano anche vere e proprie amicizie».

Che consiglio si sente di dare ai giovani che ambiscono a diventare agenti?

«Innanzitutto deve esserci una predisposizione naturale verso la creazione di rapporti, che è purtroppo un qualcosa che non si può imparare a scuola, e soprattutto è necessario non porsi limiti. L’organizzazione del lavoro è lasciata molto al singolo: può capitare di doversi spostare spesso durante la stagione per seguire i propri giocatori. E’ però importante anche saper mantenere il rapporto professionale senza immedesimarsi troppo nei loro risultati individuali».

È una professione che richiede tanto tempo di reperibilità?

«Naturalmente: non si sa mai quando concedersi un po di relax e quando invece non spegnere mai il telefono. Con il passare degli anni il mestiere si è sempre più evoluto passando dai fax che impiegavano anche 2 giorni per essere mandati, firmati e riconsegnati, ai contratti che viaggiano via WhatsApp in modo rapido. Il mercato non è più come quello dei primi anni 2000, dove si identificava un periodo di lavoro intenso da marzo a luglio. Capita spesso di avere messaggi in arrivo dall’America o dal Brasile a notte inoltrata oppure dalla Cina alle 6 del mattino, per cui è necessario offrire massima reperibilità».

Qual è la parte preferita del lavoro?

«Vedere un ragazzo giovane che ho seguito durante il suo percorso arrivare al successo. Infatti sono molte le scelte importanti per lo sviluppo della carriera come quella della squadra o dell’allenatore con cui crescere, ed è quindi appagante vedere i risultati positivi del lavoro fatto insieme».

La figura dell’agente è spesso oggetto di critica, soprattutto nel mondo del calcio.

«Il pubblico vede la minima parte di quello che è in realtà il lavoro dell’agente. Di fianco al contratto di un giocatore che è riuscito a lanciarsi ce ne sono altri 100 di persone che non sono sbocciate. L’agente fa del suo meglio per far coesistere le volontà del club».

*studenti del Liceo Muratori-S. Carlo Classe 5D