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Scuola 2030

Vincenzo Iaquinta: «Io, sul tetto del mondo»

di Bianca Borsari e Claudia Lugli*

	Gli studenti modenesi con Vincenzo Iaquinta, campione del Mondo nel 2006
Gli studenti modenesi con Vincenzo Iaquinta, campione del Mondo nel 2006

Gli studenti modenesi a tu per tu con l’ex bomber azzurro: «A Berlino, nel 2006, è stato incredibile: un’emozione che non si spiega»

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MODENA. Per tanti il calcio è solo un gioco. Per qualcuno, invece, diventa un lavoro vero e proprio, un lavoro che lo ha portato a diventare campione del mondo a Berlino nel 2006. Vincenzo Iaquinta fa parte di quei pochi che sono riusciti a trasformare una passione nata nei campetti di paese in una carriera ai massimi livelli.

«Bisogna fare tanti sacrifici»

«Ho iniziato a giocare a 6 anni, come tutti i bambini», racconta pensando ai suoi inizi a Reggiolo, tra scuola calcio, squadre giovanili e le prime partite con la squadra del paese. La svolta arriva presto. A soli sedici anni debutta in Serie D, un passaggio che segna l’inizio di una nuova consapevolezza: «Verso i 16-17 anni ho iniziato a capire che c’era qualcosa che mi poteva portare a giocare a livelli importanti». Da quel momento in poi, il talento si intreccia con il sacrificio. «Ho fatto tanti sacrifici. Per arrivare ai livelli che sono arrivato io, bisogna farli. La fortuna sì, ci deve essere, ma te la devi andare anche a prendere».

Il percorso che lo porta fino alla Serie A non è immediato. Iaquinta passa dalla Serie D alla B, poi alla C1, prima di affermarsi definitivamente nel massimo campionato. Un salto che richiede tempo e adattamento: «A vent’anni ero in Serie A. Ero ancora un po’ acerbo, infatti i primi due anni ho fatto un po’ di fatica». Nel frattempo, il calcio evolve. Secondo l’ex attaccante, quello di oggi è molto diverso rispetto a quello dei suoi anni migliori: «Quando giocavo io c’erano giocatori molto tecnici che saltavano l’uomo… oggi il calcio è molto più fisico».

Van Basten l’idolo, il Var? “Bocciato”

Anche su alcune novità moderne ha dei dubbi: “Per quanto riguarda anche il Var, secondo me non è una bella soluzione», continua Iaquinta. Da ragazzo aveva un idolo chiaro: «Marco Van Basten era il mio idolo». Il sogno azzurro diventa realtà nel 2005 con il debutto in Nazionale a Padova, un traguardo fondamentale di una carriera realizzata con impegno e tenacia: «Debuttare con la maglia della Nazionale è stata una grandissima soddisfazione». Tuttavia, la svolta arriva l’anno successivo, quando Marcello Lippi decide di includerlo fra i 23 convocati per il Mondiale in Germania. Iaquinta riceve la notizia a casa, davanti alla televisione: «Quando ha detto il mio nome non puoi capire come ho esultato». Il suo esordio contro il Ghana rimane impresso nella memoria: un gol e una vittoria al debutto nel torneo. «Fare gol al Mondiale è una cosa incredibile. Non so neanche spiegarvi cosa ho vissuto in quel momento lì».

Ma la vera sfida si presenta in finale, quando entra in campo al 67° minuto, in una partita carica di pressione emotiva e aspettative: «C’era una pressione incredibile, a pensare che tutto il mondo ti guardava». Al termine dei supplementari, la tensione si fa sentire anche fisicamente: «Ho giocato mezz’ora e avevo i crampi». Prima di scendere in campo, nello spogliatoio, il silenzio è totale: «Non volava una mosca».

Dal trionfo alla quotidianità

Eppure, proprio l’unità del gruppo rappresenta la forza di quella Nazionale: «Lippi ha costruito un gruppo unito e alla fine siamo andati tutti nella stessa direzione». Dopo il trionfo, tra messaggi e festeggiamenti, Iaquinta chiama subito la famiglia: «Ho chiamato subito mia madre, mio padre, mia moglie, i miei figli ed è stato veramente emozionante». Un gesto che racconta quanto il supporto personale sia stato fondamentale lungo tutto il percorso. Quando finisce la carriera, la vita cambia davvero tanto. Non è un passaggio semplice. «Non è facile quando smetti… ti ritrovi sul divano senza più quelle sensazioni da spogliatoio che vivi ogni giorno».

All’improvviso mancano l’adrenalina, il gruppo, la routine di sempre. Oggi però continua a tenersi in forma. Corre, gioca partite tra ex calciatori e non ha mai perso il suo legame con il campo. Ai giovani che sognano di indossare la maglia azzurra lascia un messaggio chiaro: «Sacrificio, la voglia di migliorarsi, non abbattersi mai nei momenti difficili e credere in se stesso. Queste sono le cose più importanti».

*studentesse del Liceo Muratori-S.Carlo, classe 5D