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Modena, Barozzi si racconta: «Passione, umiltà e voglia di crescere»

di Nicola Alberto Levi, Mattia Costanzini, Davide Magherini, Arianna Castigliego, Giacomo Gazzotti e Francesco Mantovani*
Modena, Barozzi si racconta: «Passione, umiltà e voglia di crescere»

Il Chief Revenue Officer dei canarini agli studenti: «A fare la differenza è la passione che ti fa amare ciò che fai»

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MODENA. Abbiamo avuto l’opportunità di visitare lo Stadio Alberto Braglia, casa del Modena FC, e di intervistare Filippo Barozzi, Chief Revenue Officer del club, che ci ha raccontato la sua affascinante storia nel mondo dello sport.

Qual è stato l'episodio che ha fatto nascere in lei la passione per lo sport?

«Quando facevo la terza elementare vennero due giocatori della Pallacanestro Reggiana, tra cui Gianluca Basile, a fare visita alla scuola elementare del piccolo paese in cui abitavo: Baiso. Quella fu per me la prima volta in cui vidi di persona degli sportivi professionisti e da quel momento in poi ho iniziato a guardare qualsiasi tipo di sport a qualunque ora del giorno. Coltivando questa passione successivamente è nato in me il sogno di voler lavorare nel mondo dello sport».

Il suo passato da calciatore del Sassuolo quanto la aiuta nel lavoro al Modena e quanto l’ha aiutata nell’esperienza alla Pallacanestro Reggiana?

«Tantissimo, per due motivi. In primo luogo mi ha aiutato a capire le dinamiche relazionali di una squadra professionistica. Quando mi allenavo in prima squadra avevo a che fare con un contesto molto serio e preciso. Questo mi ha dato delle preziose pre-conoscenze ed esperienze che mi sono servite prima alla Pallacanestro Reggiana e poi al Modena. In secondo luogo mi ha insegnato a darmi un metodo. Mentre giocavo per il Sassuolo avevo una routine giornaliera molto fitta e che richiedeva una grande organizzazione per gestire tutti gli impegni tra scuola e calcio. Anche questa esperienza mi ha aiutato nel mondo del lavoro perché ha sviluppato in me capacità organizzative che ho potuto mettere al servizio delle squadre in cui ho lavorato e di quella in cui tuttora lavoro».

Com'è entrato nella Pallacanestro Reggiana? Aveva ricoperto prima ruoli importanti in altre società, se sì quali e dove?

«No, la Reggiana è stata la mia prima esperienza lavorativa. Dopo il liceo scientifico e la laurea in Lingue Straniere a Parma, ho svolto uno stage di tre mesi proprio nel club biancorosso, al termine del quale sono stato confermato. In tredici anni ho ricoperto vari ruoli: per quattro stagioni sono stato team manager, poi direttore operativo, direttore generale e infine direttore sportivo. Il Modena Calcio, dove sono approdato quest'estate, rappresenta la seconda azienda sportiva della mia carriera».

Alla Pallacanestro Reggiana ha fatto una scalata notevole, quale pensa sia stata la sua qualità più grande che le ha permesso di compiere questo percorso?

«È stato determinante avere una società che ha sempre creduto in me e avere al mio fianco persone che mi hanno aiutato a crescere. Dal punto di vista strettamente personale, invece, cito tre valori che mi continuano ad accompagnare in questo bellissimo percorso. Innanzitutto l’amore per lo sport. L’amore, a differenza della passione, è un sentimento incondizionato e che non ti chiede indietro niente. La seconda è l'ostinazione. Nonostante gli ostacoli che ho incontrato, che sono tanti nella vita di ognuno, ho sempre creduto in quello che ho fatto e che faccio. Sono convinto che l’ostinazione sia la chiave per raggiungere i propri sogni e nei casi in cui non si possa raggiungere ciò che si desidera, permette comunque di camminare sempre a testa alta. La terza è l’autoesigenza. La combinazione tra i due concetti precedenti mi ha reso appunto autoesigente. Ciò che faccio mi piace così tanto che mi risulta più facile e quasi spontaneo essere motivato e fare sacrifici».

Cosa l’ha spinta a lasciare la Pallacanestro Reggiana dopo tredici anni e perché ha deciso di accettare la proposta del Modena?

«Ho scelto il Modena per diversi motivi, primo fra tutti il legame con la famiglia Rivetti, che mi ha trasmesso fin da subito una grande ambizione e un forte desiderio di crescita. Alla Pallacanestro Reggiana ho ricoperto molti ruoli e sono cresciuto moltissimo, sia grazie alla società che alle persone che ne facevano parte. Per oltre un decennio è stata la mia seconda famiglia e conservo tuttora ottimi rapporti con i colleghi di allora. Tuttavia, poiché il calcio ha segnato la mia giovinezza, nutrivo l'ambizione di tornare in questo mondo per confrontarmi e migliorare all'interno dello sport “principe” del nostro Paese».

Ci sono particolari differenze tra le due società?

«Tra i due club c’è una categoria di differenza perché storicamente la Reggiana ha quasi sempre militato nella Lega Basket Serie A mentre il Modena negli ultimi anni ha oscillato tra Serie C e B. Il basket, in Italia, è però uno sport secondario rispetto al calcio e quindi anche un’ottima società di pallacanestro è mediamente strutturata ma con un ambiente familiare, aspetto molto importante per i giovani perché permette loro di formarsi in più aree. Un club di calcio è invece molto più strutturato e con aree più definite; questo consente di specializzarsi perfettamente nella propria area di competenza. Entrambe hanno i propri pro e contro ma, alla fine, ogni amante dello sport può adattarsi benissimo in ambo i mondi».

Cosa si porta dietro dell’esperienza da direttore generale nel basket che oggi applica nel calcio?

«Tutto, perché la Pallacanestro Reggiana è stata per me una scuola di vita. Certo, tra il mondo del basket e quello del calcio vi sono alcune sostanziali differenze: il primo è una realtà più piccola e ristretta, formata da società in cui ognuno si occupa un po’ di tutto; il mondo del calcio invece è molto più grande e settorializzato. Al di là di queste macro-differenze va però sottolineato che i rapporti interpersonali e l’approccio e il metodo lavorativo sono gli stessi. È come se la mia esperienza alla Pallacanestro Reggiana abbia rappresentato le scuole superiori, mentre quella di adesso al Modena Calcio stia simboleggiando l’università. I concetti sono diversi, ma l’obiettivo è sempre quello di studiare e imparare».

Per molti tifosi il termine Chief Revenue Officer è nuovo: come spiegherebbe il suo lavoro in modo semplice?

«Come in ogni azienda, perché un club di calcio professionistico è a tutti gli effetti un’azienda, oltre a una parte sportiva vi è una parte corporate, quindi aziendale. Questa area ha dei ricavi e ha dei costi, ecco io mi occupo di tutta la parte che porta ricavi al club. Chiaramente la fetta più grande della torta è rappresentata dall’area commerciale (sponsor) successivamente c’è una parte ticketing (biglietti e abbonamenti) e il merchandising (la vendita di gadget, magliette, lo store di via del Taglio e lo store online). Contestualmente, avendo come riferimento il nostro amministratore delegato, che è Ilaria Mazzeo, collaboro anche con tutta l’area comunicazione, perché quella, anche se “indirettamente”, rappresenta una fonte di ricavo. Infine mi occupo anche di bandi, impiantistica e istituzioni quali potenziali nuove fonti di ricavo. Il mio compito dunque è principalmente incentrato sull’area corporate, ciò nonostante rimango in diretto contatto con la nostra area sportiva, che resta il core business del club, perché spesso risulta importante anche fare da “collante” tra queste due aree».

Ci sono scelte che ha fatto e che oggi non rifarebbe?

«Di solito a questa domanda in tanti rispondono che non hanno rimpianti e rifarebbero tutto allo stesso modo. Io, invece, sono una persona abbastanza autocritica e devo dire che molte cose le farei in modo diverso. Tra queste ci sono aspetti legati alle varie strategie sportive adottate nel corso degli anni. Ho sempre operato con la convinzione di fare il bene del club, ma col senno di poi riconosco che l’inesperienza mi ha portato a prendere decisioni per le quali, oggi, non opterei più».

Quali competenze ritiene fondamentali per chi vuole intraprendere una carriera nel suo settore e se dovesse dare loro un consiglio quale sarebbe?

«Sicuramente la passione, l’umiltà e la voglia di crescere e di migliorarsi. Queste competenze sono chiamate “soft skills” e spesso sono date per scontate quando in realtà non lo sono. In fondo le competenze lavorative specifiche si imparano con l’esperienza sul campo, ma ciò che fa davvero la differenza è il fuoco della passione che ti arde dentro e che ti fa amare ogni giorno quello che fai. Trovare giovani ragazzi che hanno voglia di mettersi in gioco e che sono davvero appassionati di sport mi riempie sempre di piacere perché rivedo in loro il me di qualche anno fa».

*studenti del Liceo Tassoni