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Il pellegrinaggio di don Pigoni in Giordania: «Abbiamo temuto per la nostra incolumità»

di Alessandro Gallitelli*
Il pellegrinaggio di don Pigoni in Giordania: «Abbiamo temuto per la nostra incolumità»

Il racconto del parroco di Formigine: «Eravamo carichi e ben informati»

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FORMIGINE. Considerazioni sulla situazione attuale della Giordania con don Federico Pigoni, parroco di Formigine, alla testa del pellegrinaggio da poco concluso.

Perché la scelta della Giordania?

«È già il quarto anno che in Quaresima proponiamo un pellegrinaggio nei luoghi biblici. Al pellegrinaggio di quest’anno abbiamo avuto una buona partecipazione, eravamo una settantina di persone. La Giordania è ricca di luoghi significativi e testimonianze importanti dell’antichità, non solo cristiana. Abbiamo visto molti siti archeologici, come Gerasa, Pella e la bellissima Petra. Ma soprattutto abbiamo ascoltato tante testimonianze di uomini e donne. Le aree archeologiche che abbiamo visitato testimoniano la ricchissima storia di questo Paese, con i resti di antichi templi pagani, sinagoghe, moschee e chiese bizantine».

Ci può citare qualche testimonianza?

«Abbiamo incontrato delle “pietre vive", tra cui padre Rashid, un frate francescano siriano che abita ad Amman, la capitale, e accoglie i profughi, specialmente iracheni e siriani. Abbiamo conosciuto anche don Marco Cornioli, un prete di Senigallia, che sempre ad Amman, con i finanziamenti del Patriarcato latino, ha creato un ristorante che offre lavoro a giovani profughi, e anche un laboratorio di sartoria e vendita di vestiti, gestito da donne irachene. Abbiamo visto grande solidarietà verso i profughi iracheni e siriani».

Qual è il clima culturale in Giordania?

«Abbiamo avuto due guide, una guida giordano-cristiana e una guida giordano-islamica, Ahmed: il clima era sempre molto disteso. Non a caso in Giordania c’è un bellissimo rapporto tra mondo islamico e mondo cristiano; i cristiani sono una minima percentuale di credenti, ma sono in ottimi rapporti con la maggioranza musulmana. Noi abbiamo letto una convivenza estremamente pacifica».

In che clima avete vissuto il pellegrinaggio?

«Eravamo molto carichi e allo stesso tempo ben informati sulla situazione dei Paesi vicini, ma non potevamo pensare all’escalation successiva agli attacchi americani. Invece, il giorno dopo il nostro arrivo, l’aeroporto di Amman è stato bloccato: volavano solo gli aerei della Royal Jordan, la compagnia locale. Il giorno successivo abbiamo iniziato a sentire le notizie e ci siamo un po’ allarmati. Ci ha rassicurato il fatto che la Giordania è una terra protetta dagli Stati Uniti. Per alcuni aspetti fa comodo a tutti che la Giordania sia un territorio franco, perché ad esempio i palestinesi che abitano in territorio israeliano non possono, senza permessi speciali, partire da Tel Aviv, devono per forza andare ad Amman. Nonostante ciò confina con Israele, quindi noi ci siamo trovati a poca distanza dalla guerra».

Qual è la situazione attuale della Giordania?

«Abbiamo sentito gli allarmi che suonavano. Spesso notavamo le traiettorie degli aerei militari che da Israele andavano verso l'Iran, sul Mar Morto abbiamo visto una striscia in volo, forse di un missile. Papa Leone, all'Angelus del 10 marzo, ha esortato a “fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”: a noi sembrava di essere sul ciglio di questa voragine. C'è stato un momento in cui abbiamo molto temuto per la nostra incolumità».

Come siete rientrati?

«In base all’organizzazione iniziale dovevamo tornare con Turkish Airlines, ma con lo stop ai voli europei il nostro è stato posticipato. Alla fine la nostra agenzia ha riprogrammato il volo con la Royal Jordan. Tra l’altro, l’aereo ha evitato di passare su Israele ma è sceso verso sud».

*studente del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5G