Il segreto di Modena: «Così il buon cibo diventa vetrina»
Dialogo tra il ristorante Uva d’Oro e l’acetaia Gambigliani Zoccoli
MODENA. Girare per le vie del centro della nostra città e sentir parlare i turisti nelle loro lingue genera spesso stupore in noi modenesi, soprattutto tra i giovani. E allora, proprio in questi frangenti, la domanda sorge quasi spontanea: perché Modena dovrebbe essere una meta accattivante per turisti che provengono anche dall'altra parte dell’emisfero?
Simone Malandugno, del ristorante tradizionale Uva D’Oro e Mario Gambigliani Zoccoli, proprietario dell’omonima acetaia, eccellenze nella ristorazione e nell’enogastronomia, raccontano la loro storia e parlano dei punti di forza di un territorio in cui il turismo sta diventando una fonte di ricchezza in progressiva crescita.
«Creiamo una rete di esperienze»
Secondo Mario è importante fare una premessa sulla produzione dell’aceto e su come questo abbia cambiato la qualità del turismo nella provincia modenese: «Il turista decide di visitare Modena spesso per l’attrattiva dei motori ma, grazie all’aceto balsamico, abbiamo potuto offrirgli una nuova e seconda tappa, a cui se ne collega una terza, quella della visita nei caseifici per provare il Parmigiano reggiano, creando una vera e propria rete di esperienze culinarie, spingendo il turista a soggiornare nella città».
Sull'etichetta del prodotto commerciale IGP, venduto in larga scala sul mercato, figurano due parole magiche: balsamico e Modena. Quale migliore pubblicità e divulgazione se non questa? Modena diventa così conosciuta come capitale mondiale dell’aceto ed i turisti, soprattutto anglofoni, rimangono estasiati dall’esperienza di un aceto completamente diverso dalle loro aspettative.
«Stiamo migliorando negli anni»
Il decollo vertiginoso, da 300-400 turisti all’anno a circa 11.200, è stato possibile soprattutto grazie a canali comunicativi efficienti, principalmente tramite grandi agenzie di turismo internazionale e specifiche attività di scouting, ricerca e promozione. Le prospettive che si prefigurano in questo contesto sono assolutamente positive ed è fondamentale, secondo Mario, auspicare ad una connessione maggiore tra le varie tappe gastronomiche del modenese così da “fare rete”.
Il ristorante Uva D’Oro – entrando nel dettaglio e soprattutto snocciolando numeri interessanti – arriva a ospitare tra i 30.000 e i 40.000 turisti all’anno, ed evolvendosi tra tradizione e innovazione, è diventato un vero e proprio punto di riferimento. La famiglia Malandugno ha rilevato l’attività una ventina di anni fa e ormai da dieci la produzione si è focalizzata sui vini, sulla filetteria e sulla cucina tipica modenese, permettendo al ristorante di costruirsi una fedele clientela di modenesi e non. Una comunicazione social efficace e una grande cura al design del locale hanno permesso all’attività di affermarsi, estendendo anche allo straniero il concetto del “fatto in casa”. Simone racconta la sua città: «Modena si sta migliorando negli anni, avendo tanto da offrire soprattutto a livello ristorativo. Può risultare una città un po’ ‘stretta’ ma considerando la qualità della vita bisognerebbe ripensarci. Si tratta di una bella realtà, gestibile a livello lavorativo e con un buon equilibrio», conclude con queste parole la sua analisi su Modena e turismo.
*Liceo Muratori-S.Carlo, classe 5G
