Leonardo Righi, professione allenatore: «La passione negli occhi dei miei allievi»
Il direttore tecnico della Fratellanza si racconta agli studenti del Sigonio
MODENA. Leonardo Righi, modenese di nascita, è il direttore tecnico della storica società sportiva La Fratellanza 1874.
Leonardo racconta di essere entrato nel mondo dell’atletica la prima volta a quattordici anni dopo aver visto Pietro Mennea vincere le Olimpiadi di Mosca del 1980. Cominciò praticando salto in lungo e velocità. A 30 anni si è ritirato dalla vita da atleta e ha cominciato ad allenare prendendo prima il riconoscimento di primo livello come istruttore poi da allenatore e infine il terzo livello da allenatore specialista.
Righi, spesso si discute se sia meglio costruire un atleta partendo dalla perfezione tecnica o dalla forza esplosiva. Qual è la sua gerarchia, se così si può definire, di priorità durante la preparazione invernale?
«La gerarchia, al di là della preparazione invernale e estiva, è sicuramente la tecnica. Prima di tutto, io personalmente, ma fortunatamente non solo io, bisogna mettere a posto un atleta dal punto di vista tecnico. La forza è una delle ultime cose che viene».
Come si riesce a gestire una pressione mentale prima di una gara olimpica o mondiale?
«Ognuno ha i suoi metodi, ad esempio non mettere pressione all'atleta, soprattutto in allenamento. A volte - in allenamento - se i tempi in quel giorno magari non sono quelli che ci aspettavamo, qualche allenatore come me può “imbrogliare” anche sui tempi, giusto per non mettere pressione agli atleti. La regola, se proprio ne esiste una, è cercare di arrivare alla gara importante sapendo già quello che vai a fare».
Come trova il giusto equilibrio tra l'essere una guida autoritaria e un supporto empatico?
«Io dico sempre che un allenatore deve essere sicuramente un amico, ma fino a un certo punto. L'atleta deve vedere un allenatore come un punto di riferimento a cui può chiedere aiuto se ha bisogno. Non ci deve essere mai un rapporto come tra voi amici, tra un atleta e l'altro atleta».
In un’atletica con ritmi fisici sempre più alti, come si integra il riposo e la prevenzione per far sì che l'atleta arrivi al picco di forma nel momento della gara?
«Personalmente ho aggiunto giorni di riposo in un ciclo settimanale, da tanto non si faceva. Io ho cominciato a metterli e ho visto che ho avuto dei miglioramenti. Quindi per me, come ho sempre detto con i miei atleti, è meglio un giorno di riposo in più che un giorno di allenamento in più».
Dalle scarpe in carbonio alle nuove superfici delle piste, l'atletica sta cambiando. Crede che queste innovazioni stiano snaturando i record del passato o che siano un'evoluzione dello sport?
«No, credo la seconda. Sicuramente un'evoluzione naturale del gioco. In qualsiasi sport da che mondo è mondo si è sempre migliorato perché comunque i materiali sono migliorati, la tecnica è andata avanti, la tecnologia anche. Quindi sono d'accordo con l'evoluzione della tecnologia».
Qual è l'emozione più grande che ha provato in carriera? Non necessariamente una medaglia ma magari un allenamento in cui ha visto l'atleta fare quel salto di qualità che aspettava da anni.
«Sì, ho avuto alcuni allenamenti dove mi hanno fatto sperare cose che poi si sono rivelate, ma sicuramente l'emozione più grande che ho avuto è stata quando ho visto il nome di uno dei miei atleti dentro al ranking per partecipare alle Olimpiadi. Penso che per un allenatore che ha cominciato come me ad allenare a 30 anni sia una gran soddisfazione».
*studenti del Liceo Sigonio, classe 3H
