Gazzetta di Modena

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Scuola 2030

Lara Gilmore apre le porte di Casa Maria Luigia agli studenti

di Brando Benatti, Chiara Dallari e Giada Grippi*
Lara Gilmore apre le porte di Casa Maria Luigia agli studenti

L’imprenditrice ha trasformato il luogo con il marito Massimo Bottura: «Qui arte e cucina sono una cosa sola»

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MODENA. Non è un hotel. Non è solo una casa storica. E non è nemmeno soltanto un luogo d’arte. Casa Maria Luigia sfugge alle definizioni tradizionali e si presenta come un’esperienza, un racconto aperto che intreccia ospitalità, creatività e identità territoriale. A raccontarlo è Lara Gilmore, che insieme a Massimo Bottura ha trasformato una dimora del Settecento nella campagna modenese – più precisamente a San Damaso – in un laboratorio culturale vivo.

«Il posto ha trovato noi»

«Non siamo stati noi a trovare questo posto, è lui che ha trovato noi», spiega Gilmore. L’incontro con la proprietà avviene nel 2016, in un momento di grande successo ma anche di riflessione: «Avevamo appena raggiunto traguardi importanti, ma sentivamo il bisogno di crescere e aprire Modena al mondo». Dopo una prima rinuncia, l’occasione si ripresenta l’anno successivo: il progetto prende forma con un’idea precisa, trattenere i visitatori più a lungo e far scoprire un territorio autentico. Casa Maria Luigia nasce così anche come risposta a una mancanza: «Molti arrivavano per il ristorante e poi ripartivano subito. Dormivano altrove, senza vivere davvero la città».

L’obiettivo diventa allora quello di costruire un’esperienza immersiva, capace di raccontare una Modena lontana dagli stereotipi turistici: «Un’Italia vera, fatta di persone che lavorano, che vivono la quotidianità. È difficile trovare una cartolina qui, ed è proprio questo il suo valore» aggiunge Gilmore tra una stanza e l’altra. Se l’ospitalità è il cuore del progetto, l’arte ne è il linguaggio. Non semplice decorazione, ma strumento narrativo: «Per noi l’arte è un paesaggio di idee. Ci aiuta a suggerire quello che stiamo pensando anche in cucina». Le opere dialogano con i piatti, anticipano concetti, aprono visioni. E cambiano nel tempo, seguendo l’evoluzione creativa: «Ogni nuovo menù porta con sé nuove opere. È un processo istintivo, emotivo, ma anche legato a un’idea».

«Artisti e chef condividono lo stesso sguardo»

Tra le installazioni più significative, Gilmore cita un’opera che rappresenta perfettamente lo spirito del luogo. «Un artista ha distrutto un vaso antico e ne ha documentato il gesto. È un’immagine potente: rompere per ricostruire. È quello che fa Massimo con la tradizione». Un concetto che diventa anche messaggio per le nuove generazioni: «Bisogna avere il coraggio di rompere, ma anche la saggezza di ricostruire». Il dialogo tra arte e cucina trova un punto d’incontro nella curiosità: «Artisti e chef condividono lo stesso sguardo sul mondo, la voglia di esplorare e immaginare. La differenza è che lo chef deve anche nutrire».

L’arte, invece, gode di una libertà assoluta, diventando fonte inesauribile di ispirazione. Anche il design e gli oggetti contribuiscono alla narrazione. Ogni elemento ha una storia, come i tavoli in legno realizzati per il Refettorio Ambrosiano: «Non sono solo arredi, ma portano con sé un'esperienza, un progetto, un'idea di condivisione». Ma ciò che colpisce, secondo Gilmore, non è ciò che si vede: «Uno studente dovrebbe osservare le persone. Gli ospiti che si muovono, che aprono il frigorifero, che mettono un vinile. Questo è il vero progetto: creare un luogo dove sentirsi a casa». Un ambiente in cui l’ospitalità diventa esperienza spontanea, quasi intima: «Molti ci dicono che qui non sembra un albergo. È la cosa più bella che possiamo sentire» conclude Lara Gilmore alla fine della visita nella splendida cornice delal villa. Casa Maria Luigia si configura così come uno spazio in continua trasformazione, dove il confine tra arte, vita e cucina si dissolve, lasciando spazio a una nuova idea di accoglienza.

*studenti del Liceo Venturi, classe 4R

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