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Scuola 2030

Un perizoma “nuovo” da Carpi fino a Sex and the City

di Bianca Bellotti, Alice Gabbi e Martina Baracco*
Un perizoma “nuovo” da Carpi fino a Sex and the City

Il percorso nato con un trasferimento in Florida attraverso Cosabella ora con “Un Amore Così”

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CARPI. Tutto inizia nel 1983, quando una coppia di carpigiani decide di esportare il “fuoco imprenditoriale” emiliano in Florida, fondando Cosabella. Nel 1999 per dare un supporto produttivo 100 per cento Made in Italy nasce a Carpi la società Collezioni Srl, con l’obiettivo di gestire produzione e distribuzione.

L’intuizione fu rivoluzionaria: «Trasformare il perizoma da capo per “occasioni speciali” a indumento quotidiano, puntando su colori vibranti e tessuti morbidi». Dall’intimo semplice si è passati alla sfida tecnica del reggiseno. «È il capo più difficile in assoluto», spiega l’imprenditore Roberto Guaitoli. «Basta un millimetro di sfasatura tra le coppe e il prodotto è storto. Serve una precisione assurda».

Partiamo dalle origini. Come nasce l’avventura che ha portato l’intimo di Carpi fino a Miami?

«Tutto è iniziato nell’83. Mia zia e suo marito si trasferirono a Miami e, spinti dal “fuoco imprenditoriale” tipico di noi carpigiani, fondarono Cosabella. Noi qui a Carpi siamo nati nel 1999 con Collezioni Srl proprio per gestire tutta la produzione e la distribuzione di quei prodotti».

Voi rivendicate un primato importante nel costume femminile. Quale?

«Ci vantiamo di aver introdotto l’uso del perizoma come capo quotidiano e non solo per i momenti speciali. Abbiamo puntato su tantissimi colori e tessuti estremamente morbidi. Poi siamo passati ai reggiseni: sembra facile, ma è il capo più complesso. Basta un millimetro di errore nel “ponte” tra le coppe e il reggiseno è storto. Serve una precisione assoluta». Come siete finiti sul set di Sex and the City? «Merito del mercato americano. In Italia, per avere visibilità, spesso devi pagare. Negli Stati Uniti il mercato è più vivace: sono gli attori stessi che comprano i prodotti e li propongono per i film. Essendo noi di matrice americana, questo ci ha permesso collaborazioni incredibili con Hollywood».

Eppure la produzione è rimasta radicata qui.

«Assolutamente. Il prodotto è 100% Made in Italy e la nostra filiera di fornitori è quasi tutta locale. È un prodotto di fascia medio-alta: un reggiseno può costare dai 55 ai 120 euro. Vendiamo nelle boutique dei centri storici di Roma, Milano, ma anche a Londra, Parigi e Berlino». Nel 2022 la svolta: avete venduto il marchio Cosabella. Cosa è successo dopo? «C’è stato un momento di incertezza, ma siamo troppo legati a questo mondo. Così, l’estate scorsa, abbiamo deciso di ripartire da zero con un nuovo marchio: “Un Amore Così”. Abbiamo già presentato la collezione a Parigi e Firenze. È una sfida difficile, siamo al “momento zero”, ma i nostri clienti storici ci stanno dando fiducia».

Come è cambiato il mercato negli ultimi dieci anni?

«Il Covid ha cambiato tutto. In quel periodo abbiamo venduto tantissimi pigiami perché la gente era chiusa in casa. Oggi, però, notiamo che le persone preferiscono spendere in “esperienze” — viaggi, spa, aperitivi — piuttosto che in beni materiali. I soldi disponibili per l’abbigliamento sono meno e la battaglia si fa dura».

Cosa pensa del fenomeno Fast Fashion?

«È un grosso problema. Se una camicetta costa 5 euro, bisogna chiedersi perché. Significa che sotto c’è qualcosa che non va: o non pagano le tasse, o non pagano i lavoratori, o usano materiali dubbi. È una concorrenza sleale fortissima, specialmente oggi che il potere d’acquisto è calato. Noi puntiamo sulla trasparenza: chi compra il nostro prodotto sa che sta remunerando una filiera etica».

Lei è anche impegnato in Lapam per rappresentare il settore. Qual è la missione?

«Rappresento la categoria dell’abbigliamento ai tavoli con il Ministero del Made in Italy. Lavoriamo per creare regole e leggi che aiutino tutto il settore italiano, dai tessitori ai sarti, a restare competitivi nel mondo».

Un’ultima curiosità: come si adatta un prodotto italiano a mercati così diversi come Islanda o Giappone?

«È la nostra forza. In Islanda ci chiedono taglie grandi, per donne dalla struttura importante; in Giappone serve un lavoro millimetrico su misura. Noi italiani siamo bravi proprio in questo: lavorare con grandi competenze anche su piccole quantità e taglie differenziate. È un lavoro impegnativo, ma non potrei in alcun modo vedermi altrove».

*studentesse del Liceo Fanti, classe 3Q

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