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Nosotti, volto di Sky Sport: «Ai giovani dico di buttarsi e di farlo con passione»

di Tommaso Silvestri, Davide Santobuono e Tommaso Francia Arlami*
Nosotti, volto di Sky Sport: «Ai giovani dico di buttarsi e di farlo con passione»

Il giornalista modenese a tu per tu con gli studenti del Wiligelmo

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MODENA. Marco Nosotti, storico giornalista di Sky Sport, si racconta agli studenti del Wiligelmo.

Come ha scelto di intraprendere la carriera di giornalista sportivo?

«Alla base c’è sempre la passione. È quella che ti spinge a fare sacrifici senza sentirli troppo pesanti e che ti rende curioso. Io, in realtà, non sono nato come giornalista sportivo: mi piaceva lo sport e lo praticavo, ma la mia carriera è iniziata quasi per caso. Un giorno, dopo una partita, un amico mi disse che andava a lavorare per il Resto del Carlino e che a Telesassuolo si era liberato un posto. Andai a bussare e iniziai così: qualche ora in redazione la mattina, a scrivere brevi notizie e fare telefonate per raccogliere informazioni. In televisione devi dire tutto in poche righe, quindi impari subito la sintesi. Col tempo ho capito che questo lavoro richiede pazienza, studio e curiosità: una notizia non si lascia mai sola, va seguita e approfondita».

Quali somiglianze e differenze individua tra il giornalismo televisivo del passato e quello contemporaneo?

«Io ho iniziato negli anni Ottanta, quando nascevano le prime radio e tv private. Era un periodo pionieristico e c’era anche più spazio per sbagliare. Oggi i mezzi sono molti di più — social, podcast, web — ma anche la concorrenza è maggiore. Una cosa però non cambia: il giornalista deve distinguere sempre tra fatto e opinione, raccontando i fatti e lasciando al pubblico la libertà di farsi un’idea».

C'è una domanda che avrebbe voluto porre durante una sua intervista e che, per qualche motivo, non è riuscito a fare?

«Nel nostro lavoro capita spesso di avere domande che vorresti fare ma che per diversi motivi alla fine non riesci a porre. Dopo una partita hai pochissimo tempo spesso solo due o tre domande e devi scegliere quelle più utili. La prima è di approccio, devi lasciare raccontare quello che lui vuole dire e poi dopo il giornalista deve essere bravo a chiedere quello che la gente vuole sapere non quello che lui vuole, a volte però la situazione non lo permette mi è successo anche con José Mourinho, che una volta mi disse che era ai microfoni solo perché obbligato, e non avrebbe spiegato il perchè delle sue scelte. Per questo più che una domanda mancata, nel nostro lavoro ci sono tante domande che restano sospese».

Qual è stata, da bordo campo, la partita o l’intervista che non dimenticherà mai?

«Le partite più emozionanti non corrispondono necessariamente al grande evento. È impossibile scegliere una sola partita a bordo campo ne ho vissute tantissime. Ricordo la promozione del Modena in Serie A: fu speciale trovarsi in mezzo ai giocatori mentre si aspettavano i risultati degli altri campi. Mi viene in mente anche il Sassuolo, quando conquistò l’Europa: un momento storico per una realtà così. Poi le due finali del Milan sia la vittoria di Atene nel 2007 ma anche la tragica sconfitta con il Liverpool nel 2005».

Quale consiglio darebbe ai giovani che aspirano ad entrare nel mondo del giornalismo sportivo?

«Il consiglio che darei a un giovane che vuole fare il giornalista sportivo è innanzitutto di buttarsi con passione, ma sempre con rispetto di se stessi e degli altri. Bisogna imparare, provare e provare ancora. Devi anche trovare un tuo stile e saperti far accettare nei contesti, ma sempre senza anteporti alla notizia. È un lavoro che richiede competenze, curiosità e disciplina: non basta improvvisare, bisogna studiare e conoscere tutto il necessario per raccontare in modo chiaro e credibile ciò che accade in campo».

*studenti del Liceo Wiligelmo, classe 4H

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