Piacere, Sandrone: «Tradizione dal 16esimo secolo E non perdiamo il dialetto...»
Gli studenti del Wiligelmo a tu per tu con il presidente della Società modenese
MODENA. Anche quest’anno il Carnevale modenese ha visto protagonista la maschera più nota e amata del nostro territorio, Sandrone, come sempre affiancato dalla moglie Pulonia e dal figlio Sgorghiguelo. Naturalmente non poteva mancare lo sproloquio tenuto da Sandrone in persona e dalla sua famiglia, un momento che unisce i cittadini di Modena grazie al dialetto con cui viene pronunciato e alla sincerità degli argomenti e dei problemi esposti, non senza un’ironia pungente, ma mai inopportuna.
In merito alle origini della famiglia pavironica e alla questione del dialetto nella società contemporanea ci siamo rivolti a Giancarlo Iattici, presidente della Società del Sandrone che dal 1870 si occupa di mantenere salda la cultura del Carnevale nella città secondo il motto “Divertimenti e beneficenza”. Tutti a Modena sanno chi è Sandrone, ma non tutti ne conoscono la storia.
Da dove nasce questa maschera?
«Il personaggio di Sandrone affonda le sue radici nel XVI secolo, quando fece la sua comparsa letteraria nella commedia intitolata “Sandrone astuto” di Giulio Cesare Croce. Sebbene non vi sia una connessione accertata tra l’opera del Croce e la maschera che poi prese forma nell’Ottocento, sappiamo però che appunto un secolo e mezzo fa il Sandrone che tutti conosciamo nacque dalla baracca di burattini di Giulio Preti e Luigi Rimini, detto Campogalliano. A Sandrone si unirono poi la Pulonia e Sgorghiguelo sempre per mano del Preti, e la famiglia pavironica assunse i tratti che la contraddistinguono, finché nel 1870 il personaggio fu per la prima volta incarnato da una persona reale, come tuttora accade».
Quali sono questi “tratti” racchiusi nelle tre maschere?
«La famiglia pavironica rappresenta il classico contesto familiare della campagna modenese, almeno di una volta. Sandrone è colui che ha in mano le redini, è un personaggio semplice ma furbo. La Pulonia è invece il perfetto esempio di “rezdora”, cioè della casalinga che tiene d’occhio i conti e accudisce il figlio Sgorghiguelo, che non spicca per intelligenza ma è dotato di spirito nonché di una forte passione per lo sport. Insieme le tre maschere concretizzano l’anima dei cittadini modenesi di una volta ma anche di oggi, abituati alle avversità e pronti a rimboccarsi le maniche quando necessario».
Lo sproloquio nasce in dialetto. Nota un cambiamento nell’uso del dialetto rispetto, ad esempio, a qualche decennio fa?
«Il cambiamento c’è stato e lo si vede proprio dallo sproloquio, che si serve di una lingua a metà tra il dialetto e l’italiano detta “bassotto”. Le ultime generazioni stanno perdendo gradualmente la cultura dialettale, e ciò è principalmente dovuto al fatto che intorno alla metà del secolo scorso la scuola ha incentivato l’apprendimento della lingua italiana a scapito di quella locale. Il problema non sta nel favorire l’italiano, quanto piuttosto nel soppiantare e proibire il dialetto».
Cosa si rischia di perdere, oltre alla sola lingua?
«Il dialetto porta con sé una cultura ricchissima: è la lingua che si parlava a tavola o nei momenti di vita quotidiana, ed è intrisa di sentimenti intensi. Non è un caso che sia nella nostra città sia in altri contesti sussista una preziosa tradizione di poesia dialettale. Il dialetto è un valore aggiunto e da preservare, e perderlo significherebbe inevitabilmente privarsi di una cultura che caratterizza la nostra identità».
Quale scenario si immagina per il futuro del dialetto?
«Non so dire con precisione quale sarà il suo destino. Se si continuerà a ritenere il dialetto una lingua di seconda classe e sacrificabile allora è molto probabile che nel giro di qualche generazione il suo uso venga perso quasi del tutto. Quanto a Sandrone, comunque, posso assicurare che continuerà ad usare il dialetto, anche se in forma più semplice».
Che cosa si può fare per invertire la tendenza?
«Oltre a conservare gli insegnamenti ricevuti, per chi ha avuto la fortuna di riceverli, da genitori o nonni, ci sarebbe bisogno di un passo indietro della scuola intesa come organo. Per esempio, sarebbe significativo recuperare lo studio degli scrittori e poeti dialettali. Come Società del Sandrone abbiamo istituito il “Club degli Sgorghigueli”, che si propone di insegnare ai più piccoli le basi del nostro dialetto».
*studenti del Liceo Wiligelmo, classe 4H
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
