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Scuola 2030

Dalla dipendenza alla rinascita: «Dico grazie a Casa Mimosa»

di Carlotta Pipitone, Maya Pendolino, Erica Cannavò, Marika Pagano e Noemi Sinacori*
Dalla dipendenza alla rinascita: «Dico grazie a Casa Mimosa»

Il racconto di un’ex ospite: «Prima odiavo la comunità, poi ho capito che sarebbe stata la mia salvezza»

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MODENA. Vi siete mai chiesti se a Modena esistono delle strutture di riabilitazione per persone con tossicodipendenza? 

La Comunità La Torre e La Casa Mimosa sono strutture gestite dal Ceis, che si trovano nella nostra città e si occupano della cura e della riabilitazione di persone con problemi di dipendenza da droghe e alcol, con percorsi terapeutici personalizzati, cioè adattati alle esigenze di ogni persona.

L’obiettivo principale non è solo smettere di usare sostanze, ma ricostruire un progetto di vita più stabile e autonomo, favorendo il reinserimento sociale e lavorativo. In particolare la Casa Mimosa accoglie le madri con problemi di tossicodipendenza che hanno preso la decisione di disintossicarsi, offrendo un enorme supporto per aiutarle a uscire dalla dipendenza e a costruire una relazione sana con i figli.

«Da nemici a salvezza»

Ne abbiamo parlato con chi davvero ha vissuto queste cose: a raccontare il suo percorso è una donna di 52 anni che ha frequentato la struttura Mimosa dal 2013 al 2015.

«Ripudiavo la comunità, per me era l'inferno, fino a quando decisi di provarci dopo che mi furono tolte le figlie. Entrai quindi per la prima volta ma dopo un paio di settimane me ne andai. Poi la mancanza delle mie figlie e la consapevolezza di star sbagliando e di star rovinando la vita sia a me sia a loro, mi diedero la forza per tornare – racconta la donna – Le difficoltà maggiori furono la non libertà e le norme rigide; infatti il percorso prevedeva che non potessi uscire per un anno. All’inizio fui affiancata da una mamma “sorella”, ovvero una madre che stava concludendo il proprio percorso e si occupava di farmi da tutor, oltre che dagli operatori con cui però inizialmente fu difficile rapportarsi, li vedevo come nemici, ma lungo il percorso, ho iniziato a considerarli la mia salvezza».

Racconta anche una loro giornata tipo. «La giornata iniziava presto per l’accompagnamento dei bambini a scuola; successivamente avevamo degli incontri di confronto, i cosiddetti “gruppi”. Dopo il pranzo eseguivamo lavori di pulizia domestica, utili per introdurci nella vita quotidiana e, ogni tanto, svolgevamo attività come bricolage e cucito pensati per farci sviluppare degli hobby. La televisione era limitata a tre giorni alla settimana, mentre il sabato e la domenica facevamo delle attività all'aperto».

«Ho imparato ad affrontare i momenti difficili»

La 52enne dice «grazie alla comunità, ho imparato a dire e a saper accettare i no, ma soprattutto ad essere madre, sono uscita come una donna nuova e cambiata in un mondo che non lo era: fuori tutto era rimasto uguale; le tentazioni, le persone erano le stesse di un tempo, ma io finalmente ero diversa».

Esce con nulla in mano, si allontana dal suo passato e si avvicina alla vita vera. «Ho iniziato effettivamente a vivere, sono riuscita a trascorrere momenti che mai avrei pensato di meritare. La comunità è stata per me un'esperienza importante perché non mi ha permesso solo di disintossicarmi, ma anche di imparare ad affrontare i momenti difficili della vita».

Infine, alla nostra domanda: “Cosa diresti ad una persona che sta passando quello che hai passato tu?”, risponde: «La prenderei per mano e la porterei da delle persone che possano aiutarla. Bisogna sfatare il pregiudizio della comunità: non è un carcere ma un piccolo mondo che ti aiuta ad inserirti nel grande mondo là fuori», conclude nel suo racconto la donna di 52 anni.

*studentesse del Liceo Venturi, classe 4I

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