Sport e parità di genere: «Le differenze restano evidenti»
Parla Anna Tassi, allenatrice de La Trottola: «Strada ancora lunga, serve un altro linguaggio»
MODENA. Anna Tassi, 29 anni, allenatrice della squadra di ginnastica artistica agonistica “La Trottola” presso la palestra “Ferranti” e insegnante di scienze motorie all’istituto “Barozzi”, mette a disposizione le sue esperienze per raccontarci le problematiche che possono nascere nel mondo dello sport dovute al genere dell’atleta.
Un tema purtroppo di grande attualità, laddove diventa difficile intravedere un cambio di passo, l’accettazione di una realtà diversa, che metta sullo stesso piano atleta femminile e atleta maschile. Un problema di linguaggio, ma non solo. Anche nel mondo di tutti i giorni il parametro è comunque quello, a qualsiasi livello.
Noti differenze nel linguaggio dei media/tv per descrivere le vittorie maschili rispetto a quelle femminili?
«Secondo me le differenze sono evidenti anche se spesso non immediatamente riconosciute, ma comunque molto significative. Le vittorie maschili vengono narrate mettendo in luce la prestazione sportiva, il record, la carriera dell’atleta e la forza che ha avuto. «Al contrario nel racconto delle vittorie femminili, emergono invece elementi legati alla sfera privata emotiva e familiare. Un esempio recente è accaduto nelle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Ad esempio, dopo la vittoria dell’oro dell’atleta Irene Schouten (pattinatrice olandese di velocità), alcuni media hanno evidenziato come lei fosse madre e che avesse lasciato il figlio piccolo a casa e le hanno chiesto se le ne sentisse la mancanza. Ad un atleta, anche se padre, non verrebbe mai chiesto di parlare dei figli, perché si dà per scontato che sia competenza della madre quella di prendersene cura. Si tratta di una differenza culturale nel racconto del successo che finisce per ridurre il valore sportivo delle atlete e rafforzare gli stereotipi di genere».
Quali sono i passi concreti e necessari per ridurre la differenza di come vengono trattati atleti di genere diverso? Recentemente l’ormai ex presidente della FIGC Gravina ha affermato che solo il calcio sarebbe uno sport professionistico…
«La strada è ancora lunga purtroppo, sicuramente l’utilizzo di un linguaggio sportivo neutro e competente aiuterebbe a sovrastare le differenze imposte dalla società, sarebbe anche bellissimo garantire pari visibilità mediatica e riconoscimento dei risultati a tutti gli sport, sarebbe necessario inoltre formare le persone che gravitano intorno a questo mondo quali allenatori, dirigenti, giornalisti e atleti stessi sui temi della parità di genere, e poi offrire quindi pari accesso a strutture, risorse e percorsi. In Italia ancora ad oggi siamo lontani da una reale parità: guardando anche il professionismo sportivo, ci sono solo pochissimi sport, e la maggior parte maschili, che vengono definiti professionisti, ovvero dove gli atleti possono arrivare a mantenersi con la pratica sportiva. Purtroppo di questi sport solo il calcio femminile è stato riconosciuto come professionista».
Che ruolo hanno le scuole e le società sportive giovanili nell’educare ad uno sport libero da pregiudizi?
«Nelle scuole e nelle società sportive hanno un ruolo assolutamente fondamentale genitori, educatori, insegnanti e allenatori che sono le persone di riferimento e quindi sono quelle che per primi devono educare al linguaggio e anche ai gesti, perché alla fine l’educazione si trasmette più per imitazione che per teoria. Giocano un ruolo fondamentale anche i social media che comunque sono veicolo di stereotipi».
In che modo secondo lei questi stereotipi possono influenzare la motivazione, la carriera e le opportunità dell’atleta?
«Per quanto riguarda il linguaggio ci sono commenti che potrebbero risultare innocenti all’apparenza come: “Non piangere perché è da femminuccia”; sono commenti che sembrano neutri però in realtà sono già un piccolo mattoncino verso le mura imposte dalla società riguardo alle differenze di genere. Viene incisa fortemente anche l’autostima di una persona che sta diventando adulta o comunque che sta attraversando una fase delicata della vita come l’adolescenza, e ovviamente impattano anche sull’opportunità di carriera. «Io confido molto nei giovani, perché credo che loro possano spezzare un’abitudine generazionale che potrebbe rendere lo sport ancor più bello di ciò che è già oggi».
*Istituto d’arte Adolfo Venturi, classe 4I
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