Stefano, da Sassuolo alla Dakar: «Un sogno diventato realtà»
Sbrana con il suo team si è classificato terzo nella corsa dei camion «I giovani di oggi? Molti desiderano vivere questo tipo di avventure»
MODENA. La Dakar Classic non è una normale corsa di velocità ma una vera e propria prova di resistenza e precisione che si estende per circa 7000 chilometri divisi in 14 tappe totali e diversi terreni da affrontare nel deserto.
Stefano Sbrana, arrivato insieme al suo team al terzo posto nella corsa dei camion, racconta le emozioni e il lavoro dietro ad una corsa così singolare; di come la precisione e l’orientamento siano fondamentali e di come la resistenza prevalga sulla velocità in questo circuito, dei momenti di gloria e di quelli più difficili e soprattutto delle emozioni provate a realizzare il sogno di una vita con un mezzo storico come il camion “Furia Rossa”. Il suo amore per i motori nasce dalla famiglia, il padre e lo zio materno erano meccanici e fin da piccolo è cresciuto in questo mondo. Una passione che lo ha portato a rilevare l’azienda di famiglia e a continuare ancora oggi quel lavoro con orgoglio e soddisfazione.
Tutto è nato con una telefonata
«L’avventura alla Dakar è iniziata quasi per caso, con una semplice telefonata». Un caro amico lo chiama una sera e gli parla di un conoscente deciso a partecipare alla gara. «Io lo voglio fare», gli dice. Dopo alcune domande tecniche e la consapevolezza di avere a disposizione un mezzo efficiente, la risposta arriva senza esitazioni: «Sì, vengo». Da quel momento comincia un percorso durato un anno, affrontato con preparazione essenziale ma con una certezza fondamentale: il mezzo funzionava alla perfezione. «Non sapevo bene cosa avrei dovuto fare con questo mezzo, sapevo solo che andava», spiega con semplicità. «La gara si è rivelata molto dura. Il momento più difficile è arrivato durante la tappa più lunga, 222 chilometri. Al rientro al bivacco, una tempesta aveva riempito la tenda di sabbia. Sacchi a pelo, vestiti, borse: tutto completamente insabbiato. «È stata una cosa orribile», ricorda. Per ventuno notti hanno dormito in tenda, affrontando il caldo intenso di giorno, il freddo e il vento forte di sera, il rumore costante e la fatica accumulata».
Servono fiducia e collaborazione
Nonostante le difficoltà, ci sono state emozioni indescrivibili. La più grande è stata salire sul podio, un risultato che non avrebbero mai immaginato di raggiungere. «Era già un sogno quando ne parlavamo», confessa. Già la passerella iniziale prima della partenza sembrava un traguardo. Poi, chilometro dopo chilometro, il sogno ha preso forma fino a concretizzarsi in un successo inaspettato. Ancora oggi fatica a comprendere fino in fondo le emozioni provate in quel momento. Quando ha tagliato il traguardo, il primo pensiero è stato semplice: «Finalmente era finito». Fondamentale è stato il lavoro di squadra. «È tutto», sottolinea. «Il pilota non può fare il lavoro del navigatore, il navigatore non può sostituirsi al meccanico: ognuno ha un ruolo preciso e ogni decisione condivisa può fare la differenza. Senza fiducia reciproca e collaborazione, una competizione come la Dakar non si affronta».
«Bisogna sapere sporcarsi le mani»
Portare il nome di Sassuolo in una gara internazionale è stato per lui un orgoglio. Una città conosciuta nel mondo per le ceramiche e anche per la squadra di calcio che negli anni ha contribuito a far conoscere il territorio oltre i confini nazionali. «Sassuolo è un paese di lavoratori», afferma con convinzione. Guardando ai giovani di oggi, dice che secondo lui non sono molti quelli attratti da questo genere di avventure. «Le cose vanno vissute davvero, non solo nel telefono», è il messaggio che sente di voler trasmettere. Perché certe esperienze si imparano affrontando le cose nella vita reale. «Bisogna sapersi sporcare le mani». Riassumere l’esperienza Dakar in una sola parola è impossibile. Era un sogno, diventato realtà quasi per coincidenza, e trasformato in un successo che ancora oggi sembra incredibile. Un modo straordinario per iniziare l’anno e la prova che, anche partendo da una piccola officina di provincia, si può arrivare fino ai palcoscenici più prestigiosi del mondo.
*Liceo Venturi, classe 3H
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