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Mandelli: «Un dono va visto come una responsabilità»

di Giovanni Golinelli, Matteo Manicardi, Leonardo Zoboli e Mattia Sala*
Mandelli: «Un dono va visto come una responsabilità»

Il tecnico della Primavera del Modena: «Il talento è un punto di partenza da cui partire per andare molto lontano»

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MODENA. Il talento non è un traguardo, è una responsabilità: da Paolo Mandelli non aspettatevi definizioni da vocabolario o teorie astratte. Per capire infatti cos’è il talento per Mandelli, ex calciatore di Serie A e oggi guida della Primavera del Modena FC, basta osservare come guarda i suoi ragazzi: con la concretezza di chi sa che quel “dono” è una materia viva, capace di brillare ma anche di sgretolarsi in un istante.

«Il talento non è un tetto»

In un pomeriggio di aprile, Mandelli ha parlato con estrema sincerità di fronte a noi studenti del Liceo Corni, raccontando il calcio non come una sequenza di schemi, ma come un percorso umano fatto di insidie, sogni e tanta, tantissima disciplina. Per Mandelli, avere talento è sicuramente una predisposizione naturale, un “punto di partenza”. Ma c’è un avvertimento chiaro: fidarsi troppo della propria dote è il modo più veloce per fallire.

«Il talento non è un tetto. È un punto di partenza da cui si può andare molto più lontano di quanto si immagini». La differenza, spiega l’allenatore, la fa la costanza. Spesso ha visto ragazzi meno dotati superare i “predestinati” semplicemente perché i primi avevano capito che il talento va coltivato ogni mattina con il sudore, mentre i secondi si sono seduti su quello che la natura aveva regalato loro. Quando si parla di pura classe, il nome che Mandelli fa subito è quello di Domenico Berardi, «un giocatore capace di inventare calcio in un fazzoletto di spazio», maturato molto con l’aiuto del mister. Eppure, la lezione più profonda arriva citando Umberto Bellani, un ragazzo che non ha mai calcato i campi del professionismo, ma che per Mandelli rappresenta il talento nella sua forma più pura: quella umana.

Come difendersi dalle “trappole”

Perché, come sottolinea lui stesso, il successo non è l’unico metro di misura del valore di una persona. Il calcio di oggi è diverso da quello di trent’anni fa. È più veloce, più fisico e, purtroppo, molto più codificato. Mandelli ammette con un pizzico di nostalgia che l’eccesso di tattica rischia di soffocare la creatività e il “guizzo” improvviso. Ma il pericolo maggiore non è in campo, è fuori. Le “sirene” moderne — la pressione dei media, gli stipendi facili anche nelle serie minori, la tentazione di accontentarsi — sono trappole che possono spegnere la “fame” di un giovane talento. Per questo, il suo ruolo al Modena non è solo tecnico: è quello di stare vicino all’uomo prima che all’atleta, cercando di capire cosa freni davvero un ragazzo e proteggendolo dalle distrazioni.

Quando gli chiediamo un consiglio per un giovane che sogna di diventare un professionista Mandelli non regala formule magiche, ma una verità tagliente: “Difendi il tuo dono: proteggilo dalla pigrizia e dalla voglia di arrivare subito. Sogna con i piedi per terra perché il sogno senza il lavoro è solo fantasia e il lavoro senza il sogno è solo fatica».

La bellezza della visione di Mandelli sta nel credere che tutti abbiano un talento. Non tutti sbocciano a dodici anni; c’è chi ha bisogno di tempo, di silenzio e di una “pazienza attiva”. Alla fine dell’incontro, mentre ci stringe la mano con un sorriso sincero, resta una sensazione forte: il talento non è un privilegio per pochi eletti, ma una responsabilità che appartiene a chiunque abbia il coraggio di prendersi cura di ciò che ha dentro. Forse, suggerisce Mandelli, è proprio questo — saper proteggere la propria scintilla.

*studenti del Liceo Corni indirizzo Scienze applicate, classe 3A

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