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Da Kiev a Modena in fuga dalla guerra: «La vostra città ci ha accolto»

di Giulia Gil Mosquera, Bernadette Padricelli, Francesco Pagano, Gianluca Palmieri, Emma Rosi e Gursimran Singh*
Da Kiev a Modena in fuga dalla guerra: «La vostra città ci ha accolto»

Natasha e la figlia sono scappate dall’Ucraina: «L’Italia ci ha salvato, ora voglio solo che il conflitto finisca»

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MODENA. Il 24 febbraio 2022 ha diviso la vita di milioni di ucraini. Prima, vite fatte di lavoro, progetti, abitudini familiari. Poi, l'invasione russa, che in poche ore ha trasformato la normalità in una fuga, spezzando legami e radici.

Questa è la storia di Natasha e di sua figlia Anhelina, una delle tante storie di resilienza e ricostruzione nate dal conflitto. La loro testimonianza non è solo caos e paura: è un racconto intimo di perdita totale e ripartenza lontano da casa.

Natasha, ci descrive la vostra vita prima a Sumy e poi a Kiev, prima della guerra?

«Prima era tutto tranquillo; io lavoravo nel mio negozio di abiti da sposa. Anhelina faceva ginnastica artistica. La accompagnavo sempre, ogni sera, ogni weekend per le gare in tutta l'Ucraina. Anche mio marito Vladik, che prima lavorava all'estero per mantenere gli impegni sportivi di Anhelina, era tornato. Ci eravamo trasferiti tutti a Kiev per stare finalmente insieme e avere due anni sereni».

Il periodo prima dell'invasione avete sentito qualcosa di strano?

«No, fu inaspettato, ma il giorno prima ebbi un presentimento. Andai a lavorare, ma qualcosa non andava, non riuscivo a cucire come al solito. Quella sera mia figlia voleva dormire a casa di un'amica. Non so perché, ma le dissi di no, di tornare a casa. E per fortuna lo fece. Alle cinque e mezzo del mattino dopo, fu lei a svegliarci: “Mamma, papà, è iniziata la guerra”».

Cosa è successo in quelle prime ore?

«Accendemmo subito la tv. Vedevamo tutti scappare con le macchine, ma noi non ne avevamo una. Pensai addirittura di andare a lavorare ma mio marito mi fermò. Lui uscì per comprare cibo, ma i negozi erano già vuoti, trovò solo un po' di tonno. Si sentivano aerei ed esplosioni. Cercammo un rifugio antibomba, ma non c'era. Passammo due notti in una scuola, per terra, insieme a tante altre famiglie. Non tornammo mai più a casa».

Come avete deciso di fuggire da Kiev?

«I miei genitori, rimasti a Sumy, ci supplicavano di andare via perché i russi miravano a Kiev. Senza macchina, contattammo un amico di mio marito dall'altra parte del fiume Dnepr. Con un taxi pagato a caro prezzo, raggiungemmo la sua casa dove restammo chiusi per due giorni. Anhelina piangeva: 'Mamma, io voglio vivere, non voglio morire'. In quei momenti ho capito come l’avere una macchina avrebbe potuto salvarci subito».

Come è stato il viaggio verso la stazione?

«Per attraversare il fiume c'era solo un ponte, che si diceva fosse minato. A piedi, con lo zaino, camminammo per sei ore. Passammo proprio vicino a un posto che poco dopo fu bombardato. Quando arrivammo alla stazione, un caos infinito: gente ovunque, nessun biglietto, solo la disperazione di salire su un treno qualsiasi. Partimmo senza niente. Dopo un viaggio fino a Užhorod, vicino alla Slovacchia, affrontammo la coda al confine con la Polonia. Fu lì che conobbi un'altra mamma con suo figlio che ci offrì un passaggio in auto dai loro amici che li aspettavano. Fu una fortuna. Dopo una notte da loro, ci comprarono i biglietti per l'Italia, dove avevo degli amici. In cinque giorni eravamo passati dall'inferno alla salvezza».

I suoi genitori erano rimasti a Sumy, in una zona occupata. Cosa hanno vissuto?

«Per più di un mese non ebbi notizie. Poi seppi che i russi erano entrati in casa loro. Tre soldati occuparono il primo piano, costringendo i miei genitori e mia nonna novantenne a stare in cantina. Volevano che stessero lì perché la casa era vicino a un ospedale e dalla finestra potevano controllare la zona. Mio padre, che ha problemi di cuore, stava malissimo. Un giorno arrivarono i nostri militari e ci fu uno scontro a fuoco, che riuscì a mandare via momentaneamente i russi, ma la casa, dove io sono nata e cresciuta, era distrutta. Il trauma per tutti loro è profondo. Per mio nipote, che è nato col Covid e cresciuto con la guerra, la paura è abitudine. Questi bambini non hanno conosciuto una vita normale».

Com'è stato ricominciare in Italia, a Modena?

«All'inizio è stato durissimo. Non avevamo niente, non parlavamo la lingua. Anhelina, che aveva 17 anni, ha sofferto moltissimo. Ha lasciato tutta la sua vita: amici, sport, scuola. Piangeva spesso di notte. Per me lavorare è stato fondamentale, non solo per i soldi, ma per la testa. Non si può stare senza fare niente, lavorare aiuta a pensare meno. Con il tempo abbiamo costruito una piccola rete: altri ucraini, volontari, la famiglia italiana che ci ha accolto. Sono state le persone a fare la differenza. Ho capito cosa conta veramente, e ho capito chi sono i veri amici. In guerra scoprii che non tutti quelli che credevi tuoi amici lo erano davvero. Ma ho anche incontrato angeli, persone che ci hanno aiutato senza conoscerci».

Qual è la sua speranza ora?

«Voglio solo che la guerra finisca. Per chi è ancora là, per i bambini che stanno crescendo nell'orrore. Il pensiero è sempre lì, con chi è rimasto. La speranza è che tutto questo abbia una fine, e che tutti, un giorno, possano tornare a una vita normale, senza paura».

Questo articolo mette al centro le conseguenze concrete della guerra su cittadini e ragazzi come noi. Serve a ricordare che dietro al conflitto ci sono famiglie che devono ricostruire la propria vita da zero, spesso lontano da tutto ciò che conoscevano.
*studenti del Liceo Corni, classe 3D

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