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Scuola 2030

La storia di Mattia dalla disabilità agli azzurri del basket

di Anna Nidia Sartori, Riccardo Bettuzzi, Lorenzo Costantini, Stefano Costantini, Mattia Montorsi e Tommaso Licata*
La storia di Mattia dalla disabilità agli azzurri del basket

Camarda, 17 anni, gioca per la Nazionale Sordi: «Che emozione quando mi hanno convocato»

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MODENA. Allenamenti, scuola, sacrifici e sogni: la vita di un giovane atleta è fatta di impegno costante e passione. Per Mattia Camarda, un ragazzo di 17 anni di Reggio Emilia, oggi membro della Nazionale Sordi Italia di basket, tutto questo non è diverso da quello che vive qualsiasi suo coetaneo.

La sua storia è la prova concreta che lo sport può essere vissuto senza barriere, anche nel silenzio. Il suo legame con il basket nasce prestissimo: a soli quattro anni inizia a giocare, continuando fino ai dieci. Poi una pausa forzata, tra infortuni e pandemia, lo tiene lontano dal campo per circa due anni. Nel frattempo prova il calcio, ma capisce subito che non è la sua strada.

La vera passione resta il basket, e così decide di tornare a giocare nella squadra di Bagnolo, ritrovando entusiasmo e motivazione. Il percorso verso la nazionale non è immediato. Inizialmente, nonostante alcuni contatti tra la sua società e la Federazione Sport Sordi Italia (FSSI), non può essere convocato per una questione di età. La svolta arriva a 15 anni, durante un torneo a Roma: viene notato e poco dopo riceve la chiamata in Nazionale.

Un momento di grande emozione, che segna un punto di svolta nel suo percorso sportivo. Nonostante l’impegno ad alto livello, la sua quotidianità resta semplice e ordinaria: scuola, studio e allenamenti. Una routine che gestisce con equilibrio, anche grazie al supporto del percorso studente-atleta. Il suo messaggio è chiaro e va oltre al risultato sportivo: essere sordi non significa vivere una vita diversa. In campo, però, le sfide non mancano. Mattia vuole dimostrare che la sordità non è un limite, ma può diventare anche un punto di forza. La sua esperienza si inserisce nel contesto della Fssi, una realtà storica che promuove lo sport come strumento di inclusione e crescita. La sua storia è la prova di come lo sport, anche nel silenzio, sappia parlare forte. «Ho iniziato quando avevo 4 anni e ho continuato fino ai 10. Poi, per infortuni e il Covid, mi sono fermato per circa due anni. Ho provato il calcio, ma non era la mia vera passione, quindi sono tornato al basket nella squadra di Bagnolo».

Come è stato il tuo percorso verso la Nazionale Sordi Italia?

«All’inizio non potevo entrare perché ero troppo giovane. A 15 anni, durante un torneo a Roma con una squadra di Genova, mi hanno notato e poi chiamato in nazionale. È stata una grande emozione». Come si svolge una tua giornata tipo? «Faccio tutto come un ragazzo della mia età: scuola, studio e allenamenti. Riesco a gestire tutto e il percorso studente-atleta mi aiuta molto». Come comunichi con compagni e allenatori? «In nazionale usiamo molto gli sguardi e i gesti. Gli schemi li chiamiamo con le mani. Nella mia squadra uso anche l’apparecchio acustico».

Qual è stata la sfida più grande?

«In campo, mettermi al livello degli altri migliorando velocemente. Fuori dal campo, comunicare nei gruppi numerosi: preferisco pochi amici ma buoni. Ora raggiungere il livello più alto possibile e diventare la miglior versione di me stesso. Nella vita, voglio semplicemente stare bene».

Cosa vorresti cambiasse nello sport per gli atleti sordi?

«Vorrei che fosse più conosciuto e che più ragazzi sordi si avvicinassero allo sport. Non è un limite, anzi».

Cosa diresti al te stesso del passato?

«Di vivere tutto con più calma e godersi di più ogni momento».

Mattia è uno dei tanti esempi di come lo sport sia capace di unire senza fare differenze, di come il nostro Paese sia capace di dare occasione a chiunque di poter vivere belle esperienze e coltivare le proprie passioni senza preoccuparsi dei propri limiti.

*studenti del Liceo Corni, classe 3D

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