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Stefano Angioni: carriera da favola lunga 56 anni

Rossella Sant'unione

Aneddoti e ricordi come quello di una visita della regina Elisabetta dentro ai box

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E' in campo prova, il colonnello Stefano Angioni. Monta un cavallo di 5 anni, Orione delle Sementarecce, troppo giovane per gareggiare al concorso. Ma Orione è un po' la sua sfida, un animale difficile dalle grandi potenzialità che Angioni ha deciso di portare, qui a Modena, per non interrompere il lavoro che sta facendo con lui.

Al “Città di Modena”, che oggi si concluderà al Novi Sad con la disputa del Gran Premio, capita anche questo: di ritrovarsi faccia a faccia con un mito dell'equitazione nazionale, con uno dei cavalieri che hanno segnato il periodo d'oro degli anni Cinquanta e Sessanta, quando l'Italia era prima al mondo in questo sport. Il più titolato in Coppa delle Nazioni ancora in attività, olimpionico, in squadra con i fratelli D'Inzeo e Mancinelli, Angioni accompagna in scuderia il suo Orione e accetta di fare due chiacchere, solo qualche accenno di una carriera cominciata cinquantasette anni fa, che assomiglia a una favola.

«La prima gara che ho fatto - racconta - è stata nel '51. Era una gara sociale della società ippica torinese, al Valentino. Montavo Giada, una cavalla di mia madre e mi ricordo che quando arrivai alla fine del percorso sentii una voce dietro che diceva “Ho la sensazione che questo ragazzino vincerà ancora”». E quella voce, in effetti, “aveva visto” giusto. Stava cominciando una carriera piena di trionfi, di soddisfazioni, rigorosamente improntata al dilettantismo “senza macchia”, in un mondo che oggi è davvero solo un ricordo.

«Anche se lo stimolo più grosso è la vittoria - dice ancora Angioni - dopo tanti anni ho bisogno di trovarne di nuovi. Orione è una bella prova, un cavallo che avrei dovuto incontrare anni fa». Quando il mondo dell'equitazione era diverso e quando anche i “cavalli difficili” facevano parte del gioco. «Oggi è cambiato un po' tutto. E' avvenuto sotto i nostri occhi e quasi non ce ne siamo accorti. La regola è il professionismo. Ai miei tempi era l'opposto e forse la mia generazione ha vissuto il momento più bello di questo sport. Che è cambiato anche per quanto riguarda i cavalli: allevati diversamente, selezionati diversamente, scelti diversamente. Un animale troppo impegnativo, oggi, viene scartato, non fa fare bella figura nè all'allevatore, nè all'allenatore, tanto meno al cavaliere. Oggi la parola d'ordine è il denaro, la gara è la cosa più importante di un concorso, i cavalli iscritti sono decine e decine. Ai miei tempi i concorsi erano sì agonismo ma anche occasione per girare il mondo, per visitare i posti dove si andava. Mi ricordo che in Inghilterra, ad esempio, le gare erano sempre alternate a veri e propri spettacoli dove anche a noi, a volte, toccava di impersonare qualche personaggio, tipo Caprilli. Insomma erano importanti le competizioni ma anche il prima e il dopo».

E nel prima e dopo di Angioni ci sono episodi unici come, ad esempio la visita di Elisabetta, allora ancora principessa e di Filippo d'Ebimburgo (all'epoca presidente della Fei) che lo andarono a trovare mentre lui, dentro un box, stava fasciando le gambe a un cavallo. «L'epoca dei D'Inzeo - continua - credo sia irripetibile. Noi eravano padroni del mondo in questo sport, avevamo in casa due “mostri sacri” e questo funzionava da traino, da pungolo per i giovani. Insomma ci si confrontava al massimo livello e quando si andava all'estero era tutto più facile». Anche sul piano dei proventi che comunque non avevano nulla a che vedere con quelli odierni. «Mi ricordo che noi militari eravamo malvisti in quanto stipendiati, mi ricordo di Mancinelli che per partecipare alle Olimpidi dovette “retrocedere” da qualsiasi intento professionistico. Una volta a Punta Ala, vincendo con un salto di due metri e 10, portai a casa 9mila lire: l'albergo, l'unico in cui si poteva andare, ne costava 15mila solo per la mezza pensione. A Piazza di Siena il premio era una Vespa. All'estero invece c'erano in palio cifre già più significative». Ma sempre nulla a che vedere con i montepremi di oggi. Un oggi che, sul piano sportivo, per il colonnello Angioni potrebbe essere alle battute finali: «Non credo che andrò avanti ancora a lungo con i concorsi. Ci sono altre cose importanti che vorrei coltivare di più, come stare con la mia famiglia e con le mie nipotine che ora vedo pochissimo. Certo quando dirò basta sarà un grande dolore. Ma vorrei potermi presentare a San Pietro non dovendo ammettere che ho passato tutta la vita solo a saltare barriere colorate».

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