Portile: sparatoria, rapinatore ucciso dalla polizia
Il capobanda colpito a una spalla da un proiettile, presi tutti e sette i suoi complici
4 MINUTI DI LETTURA
MODENA. Quella che doveva essere una rapina sicura in una frazione di periferia si è trasformata in un violento conflitto a fuoco dove il capo della banda è rimasto ucciso dai proiettili esplosi dalla polizia. E’ questo l’epilogo di una lunga caccia cominciata nel Veneto per intercettare, prima che il colpo venisse compiuto, una ‘batteria di fuoco’ formata da otto persone, sei uomini e due donne, che avevano preso di mira l’Oreficeria Viola di Portile. Per le questure di tre province che erano già sulle loro tracce, la trasferta a Modena doveva essere l’ultima per la gang.
A terra, a poca distanza dalla chiesa, è rimasto il corpo di Giuseppe Mayer, 61 anni, con numerosi precedenti per reati contro il patrimonio e pluripregiudicato.
La polizia lo indica come il capo della banda di ‘sinti’ che aveva messo nel mirino la gioielleria di Portile e che aveva mobilitato addirittura otto persone per una colpo apparentemente di secondo piano. Questo, sinora, è uno dei punti più oscuri di una rapina tentata e fallita per l’appostamento di agenti arrivati dal Veneto: perchè un tale spiegamento di forze per un colpo ai danni di una oreficeria di provincia, in un paese di poche centinaia di persone?
IL BERSAGLIO. Il colpo è stato pianificato con cura. Portile è a pochi chilometri dal casello dell’autostrada e in una manciata di minuti ci si può dirigere sulle strade che portano a Vignola o Sassuolo, nascondendosi nel traffico serale dei pendolari.
L’orefice, Pier Francesco Viola, è su una sedia a rotelle da quando alcuni anni fa è rimasto vittima di un incidente stradale. La sua bottega è giusto a fianco del campanile che domina la piazza; un piccolo negozio il suo, in cui s’immagina che la clientela principale sia formata da genitori che cercano il ricordino per la Prima Comunione o sposi alla ricerca dell’anello di nozze. La vetrina si affaccia su una minuscola piazza costeggiata dalla canonica e dall’asilo.
LA DINAMICA. La tecnica della rapina è stata studiata a tavolino e ripete il metodo usato in tanti altri colpi di questo tipo. Attorno alle 18.10 - 18.15 tre macchine arrivano nel piazzale e parcheggiano separatamente attorno alla piazza mentre uomini e donne scendono con calma. Sono giovani e ben vestiti, non danno nell’occhio coi loro giubbotti e jeans alla moda. Chi li vede attraversare non nota nulla di strano, la vita di Portile scorre come sempre. Nulla lascia presagire quello che sta per succedere. Una ragazza entra, pare da sola nella prima ricostruzione dei fatti, e lascia la porta socchiusa. Un istante dopo i suoi complici, eccettuati gli autisti che sono rimasti al volante pronti per la fuga, escono dalle vetture con passo veloce.
E’ il segnale che i poliziotti hanno atteso a lungo.
LA TRAPPOLA SI CHIUDE. In quell’angolo di pianura a pochi passi dalla capitale dei salumi, sono arrivati molti poliziotti che da tempo stanno dando la caccia alla banda. Sono agenti delle Volanti di Verona e Padova, forse pure qualche collega da Milano perchè gli uomini e le donne che si ritrovano per rapinare gioiellerie abitano in Veneto. Il più anziano, Giuseppe Mayer per l’appunto, abita in provincia di Varese.
Gli uomini sono in borghese, appostati in ordine sparso e collegati con le ricetrasmittenti. Non danno nell’occhio, anche loro sono giovani e coi giubbotti: sanno che dietro hanno la campagna e in uno spazio isolato dal resto del paese hanno davanti a loro un gruppo di fuoco che hanno attesa per tanto, troppo tempo. Questa volta non possono sfuggire, hanno seguito le loro tracce in ogni modo, anche sui telefoni con ogni probabilità.
«FERMI TUTTI!» Come un sol uomo i poliziotti sbucano ovunque, circondano le auto con le pistole spianate. «Giù le armi, vi abbiamo preso!» Gli ordini urlati riempiono la piazza come grida rabbiose, la ragazza che fungeva da esca resta paralizzata davanti al gioielliere mentre un agente si precipita dentro.
Mayer reagisce da par suo. E’ il capo, ha arruolato gli altri. Mette freneticamente mano alla cintura, a sinistra, come per estrarre la pistola.
Un poliziotto, come spiega la versione ufficiale degli inquirenti, gli intima di arrendersi e spara un colpo intimidatorio in aria e lo stesso fanno i colleghi per togliere ogni velleità di resistenza.
Mayer insiste a cercare di estrarre la pistola che in quei secondi eterni non riesce a estrarre. Un istante dopo un colpo di pistola a una spalla lo atterra definitivamente; l’arma del bandito finisce sotto una vettura lì a fianco. Morirà poco dopo, per una probabile emorragia interna o perchè un’arteria gli è stata tranciata di netto. Non è stato colpito da altre pallottole. Quando tutto è finito il parroco esce e dà l’estrema unzione all’uomo a terra.
La tensione è alle stelle. Un poliziotto ferma per strada una vettura con la pistola in pugno, un’altro vede la Ford di una donna che cerca di allontanarsi e fa fuoco. Per fortuna niente vittime.

A terra, a poca distanza dalla chiesa, è rimasto il corpo di Giuseppe Mayer, 61 anni, con numerosi precedenti per reati contro il patrimonio e pluripregiudicato.
La polizia lo indica come il capo della banda di ‘sinti’ che aveva messo nel mirino la gioielleria di Portile e che aveva mobilitato addirittura otto persone per una colpo apparentemente di secondo piano. Questo, sinora, è uno dei punti più oscuri di una rapina tentata e fallita per l’appostamento di agenti arrivati dal Veneto: perchè un tale spiegamento di forze per un colpo ai danni di una oreficeria di provincia, in un paese di poche centinaia di persone?
IL BERSAGLIO. Il colpo è stato pianificato con cura. Portile è a pochi chilometri dal casello dell’autostrada e in una manciata di minuti ci si può dirigere sulle strade che portano a Vignola o Sassuolo, nascondendosi nel traffico serale dei pendolari.
L’orefice, Pier Francesco Viola, è su una sedia a rotelle da quando alcuni anni fa è rimasto vittima di un incidente stradale. La sua bottega è giusto a fianco del campanile che domina la piazza; un piccolo negozio il suo, in cui s’immagina che la clientela principale sia formata da genitori che cercano il ricordino per la Prima Comunione o sposi alla ricerca dell’anello di nozze. La vetrina si affaccia su una minuscola piazza costeggiata dalla canonica e dall’asilo.
LA DINAMICA. La tecnica della rapina è stata studiata a tavolino e ripete il metodo usato in tanti altri colpi di questo tipo. Attorno alle 18.10 - 18.15 tre macchine arrivano nel piazzale e parcheggiano separatamente attorno alla piazza mentre uomini e donne scendono con calma. Sono giovani e ben vestiti, non danno nell’occhio coi loro giubbotti e jeans alla moda. Chi li vede attraversare non nota nulla di strano, la vita di Portile scorre come sempre. Nulla lascia presagire quello che sta per succedere. Una ragazza entra, pare da sola nella prima ricostruzione dei fatti, e lascia la porta socchiusa. Un istante dopo i suoi complici, eccettuati gli autisti che sono rimasti al volante pronti per la fuga, escono dalle vetture con passo veloce.
E’ il segnale che i poliziotti hanno atteso a lungo.
LA TRAPPOLA SI CHIUDE. In quell’angolo di pianura a pochi passi dalla capitale dei salumi, sono arrivati molti poliziotti che da tempo stanno dando la caccia alla banda. Sono agenti delle Volanti di Verona e Padova, forse pure qualche collega da Milano perchè gli uomini e le donne che si ritrovano per rapinare gioiellerie abitano in Veneto. Il più anziano, Giuseppe Mayer per l’appunto, abita in provincia di Varese.
Gli uomini sono in borghese, appostati in ordine sparso e collegati con le ricetrasmittenti. Non danno nell’occhio, anche loro sono giovani e coi giubbotti: sanno che dietro hanno la campagna e in uno spazio isolato dal resto del paese hanno davanti a loro un gruppo di fuoco che hanno attesa per tanto, troppo tempo. Questa volta non possono sfuggire, hanno seguito le loro tracce in ogni modo, anche sui telefoni con ogni probabilità.
«FERMI TUTTI!» Come un sol uomo i poliziotti sbucano ovunque, circondano le auto con le pistole spianate. «Giù le armi, vi abbiamo preso!» Gli ordini urlati riempiono la piazza come grida rabbiose, la ragazza che fungeva da esca resta paralizzata davanti al gioielliere mentre un agente si precipita dentro.
Mayer reagisce da par suo. E’ il capo, ha arruolato gli altri. Mette freneticamente mano alla cintura, a sinistra, come per estrarre la pistola.
Un poliziotto, come spiega la versione ufficiale degli inquirenti, gli intima di arrendersi e spara un colpo intimidatorio in aria e lo stesso fanno i colleghi per togliere ogni velleità di resistenza.
Mayer insiste a cercare di estrarre la pistola che in quei secondi eterni non riesce a estrarre. Un istante dopo un colpo di pistola a una spalla lo atterra definitivamente; l’arma del bandito finisce sotto una vettura lì a fianco. Morirà poco dopo, per una probabile emorragia interna o perchè un’arteria gli è stata tranciata di netto. Non è stato colpito da altre pallottole. Quando tutto è finito il parroco esce e dà l’estrema unzione all’uomo a terra.
La tensione è alle stelle. Un poliziotto ferma per strada una vettura con la pistola in pugno, un’altro vede la Ford di una donna che cerca di allontanarsi e fa fuoco. Per fortuna niente vittime.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
