«Eduardo “in assolo” per un testo corale che parla di solitudine»
Fausto Russo Alesi spiega il suo “Natale in casa Cupiello”: «Una commedia piena di simboli e potentissime metafore»
MODENA. Al Teatro delle Passioni arriva da stasera fino al 6 aprile, un classico di Eduardo, “Natale in casa Cupiello”, nella rivisitazione di Fausto Russo Alesi (nella foto). Uno degli artisti più interessanti della scena italiana degli ultimi anni, vincitore di numerosi premi, Alesi vanta collaborazioni con registi del calibro di Luca Ronconi ed Eimuntas Nekrosius, mentre al cinema è stato diretto da Saverio Costanzo, Mario Monicelli, Roberto Andò, Silvio Soldini.
Prodotto dal Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa, “Natale in casa Cupiello” è un adattamento della celebre commedia in un assolo in cui Russo Alesi pone l'accento sulla mancanza di comunicazione che regna tra i personaggi; incapaci di parlarsi apertamente si nutrono di finzione, pronti a negare la realtà e a non accettare la verità.
Fausto, da un testo corale qui si passa ad un assolo. Che operazione ha fatto?
«Non è una riduzione, il testo è integrale, e la struttura è quella della commedia corale. Mi è venuto in mente di poter affrontare questo testo in solitudine perché mi son reso conto che questo è in fondo un dramma della solitudine. Questa è una famiglia dove la comunicazione tra i vari personaggi non c'è, manca un confronto. Ho dunque pensato di attraversarlo da solo, raccontando le solitudini dei vari personaggi, un modo per raccontare qualcosa di molto amaro e violento che è presente all'interno del testo. Si perde la coralità, ma mi sembrava che proprio il testo spingesse verso un'interpretazione diversa».
Il testo dunque rimane invariato?
«Il testo c'è tutto, e ci sono anche le didascalie. C'è anche un prologo iniziale che ho preso proprio dalla prima versione televisiva di Eduardo degli anni '60. Lui faceva questo prologo dove forniva degli strumenti di comprensione del testo. La stessa cosa faccio io. Naturalmente ho fatto qualche adattamento, ho tagliato alcune piccole cose e alcuni personaggi non ci sono, ma il testo è completamente conservato perché sono tutti assorbiti nel personaggio del portiere che, assieme al dottore, rappresentano gli unici elementi esterni alla famiglia. Io procedo per dettagli nella recitazione, ovviamente non faccio cambi di costume. Con poco cerco di evocare i personaggi. Ma quello che mi interessava non era tanto il lavoro sui personaggi, ma il lavoro sulle umanità e sulle relazioni, che sono di conflitto».
Può essere un rischio rifare un testo “intoccabile” come questo di Eduardo?
«È un po' come un monumento, però è anche un testo che vive indipendentemente dal suo autore. Da tempo volevo lavorare su un testo di Eduardo e ho pensato che l'unico modo per poterlo affrontare fosse questo. Questa è una commedia meravigliosa, molto metaforica, piena di simboli. Poterla costruire da solo mi da la possibilità di costruire uno spettacolo di evocazione dove tutto più che visto è immaginato. Ovviamente il pubblico deve fare un viaggio con me per immaginare molte cose che non sono visibili. Volevo portare in scena queste metafore del testo, che sono potentissime, proprio come fossero dei protagonisti. Questo modo di affrontare il lavoro mi dà anche la possibilità di tirare fuori l'aspetto etico del testo, che è molto importante».
Nel testo si parla di un presepe, ma in scena non si vedrà. Perché?
«Perché il presepio è in questo testo una metafora, una fuga verso qualcosa, è un immergersi in una favola per non guardare la realtà. Eduardo nel prologo chiede “Ognuno il suo presepio lo ha allestito?”. Vorrei che il pubblico rispondesse a questa domanda, per andare a guardare quali sono le proprie vie di fuga, le proprie rimozioni».