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Grazie a Panini un po’ di Modena nel nuovo libro di Severgnini

C’è un po’ di Modena nell’ultimo libro di Beppe Severgnini che esce domani per la Rizzoli. Ne “La vita è un viaggio”, infatti, Severgnini parla di Umberto Panini. Per gentile concessione dell’edit...

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C’è un po’ di Modena nell’ultimo libro di Beppe Severgnini che esce domani per la Rizzoli. Ne “La vita è un viaggio”, infatti, Severgnini parla di Umberto Panini. Per gentile concessione dell’editore e dell’autore eccone un estratto.

“... Con Umberto Panini se n’è andato uno degli ultimi soci di un club invisibile, senza iscritti e senza sede, senza ragione sociale e senza regolamento: ma con molti meriti. Un club che potremmo chiamare «Meno è meglio». Le figurine Panini – nome gastronomico, allegro, modenese – rappresentano infatti l’Italia felice con poco. In questo, era aiutata dalla scelta limitata. C’erano un album, una formazione, un campionato, un tempo di una partita di serie A in differita. Riuscire a non sapere il risultato fino a sera era un obiettivo che dava un senso alla domenica. Umberto Panini e i suoi fratelli erano i poeti della scarsità ordinata. Le figurine erano quelle, non di più. Un giocatore raro (l’atalantino Pizzaballa, lo juventino Càstano, l’interista Bedin) diventava una scuola di desiderio. Lo si aspettava, la festa era la vigilia. Un sabato del villaggio calcistico che ci ha insegnato a non volere tutto subito. Abbiamo molte colpe e innumerevoli difetti, noi bambini degli anni Sessanta: ma non quello. Arrivare a completare la doppia pagina della propria squadra era un’estasi a portata di mano. Giocare a «lungo» (vince chi va più distante), a «sopra» (vince chi riesce a coprire la figurina dell’avversario) e a «muro» (vince chi riesce a mettere la figurina in verticale) erano prove educative”.

“... L’ho conosciuto, Umberto Panini, uno dei profeti di quest’Italia che s’accontentava. Il meccanico dei sogni, tornato dal Sudamerica per costruire macchine che producessero quei rettangoli di gioia infantile. Nel 2010, durante una traversata ferroviaria da Berlino a Palermo, ho scelto Modena come prima tappa nazionale. Ho condotto un giornalista di «Die Zeit» nell’azienda agricola Hombre, tra vecchie Maserati, culatello e gnocco fritto. Splendido hardware e superbo software italiano, davanti ai quali i tedeschi devono inchinarsi, in strada e a tavola. Il collega, Mark Spörrle, era in trance davanti a cattedrali di parmigiano. Umberto Panini era contento di spiegare, illustrare, offrire, versare, gustare. Pensavo quel giorno, guardando un uomo soddisfatto della sua vita: dev’essere stato bello vedere l’Italia che tornava felice dopo la guerra, e contribuire a farla sorridere. Ci voleva poco, in fondo. E poco era quello che i fratelli Panini offrivano: per scelta. La figurina era una forma di felicità minimalista, una soddisfazione rettangolare del desiderio, in paziente attesa sul banco dell’edicola (forse per questo alcuni di noi si sono innamorati dei giornali: erano di fianco ai pacchetti di figurine). Non era migliore, quell’Italia, rispetto a quella di oggi: era diversa”.