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«In guerra con il corpo» diario di un’ex anoressica

di Saverio Cioce
«In guerra con il corpo» diario di un’ex anoressica

Modena. Una critica da una compagna di classe ha scatenato l’inferno in un’adolescente Per anni in cura da psicologo e dietista. Poi l’uscita dall’incubo, con la famiglia

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«Com’è cominciata? Non lo so con precisione neanch’io, ma ricordo bene quando ho cominciato a preoccuparmi del mio corpo. Una mia compagna di classe che passava per essere molto carina, una delle più formose e sviluppate, con tanti ragazzi che le facevano il filo, un giorno fece una battuta sulle mie tette e il mio sedere. Per lei erano sproporzionati: me lo disse davanti a tutta la classe, durante la ricreazione.

Quando tornai a casa piansi per due giorni, senza dire nulla di quello che era successo ai miei genitori e cominciai a fare la dieta seguendo i consigli delle mie amiche. Ed è lì che è cominciato tutto».

Anna, questo il nome di fantasia, è una ragazza che oggi ha 23 anni; è tornata a vivere dopo sei anni di cure psicologiche che sono servite a toglierle gli incubi che la portavano a rifiutare il cibo. Il suo lungo periodo di anoressia l’ha portata a frequentare psicologi e dietologi, a pesare poche decine di chili, ad accarezzare l’idea di morire come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ha dovuto anche rinviare, e di parecchio, la scuola guida e la patente anche se a scuola non è mai calato il suo rendimento di brava studentessa.

L’allarme rosso è scattato quando all’uscita da scuola è svenuta. Stavano per chiamare il 118, ma la sua amica del cuore ha chiamato subito i genitori e a quel punto ha scelto di iniziare una terapia di recupero. Ha cominciato a prendere seriamente

All’inizio, quando era ancora un’adolescente alle prese con il corpo che cambiava, decideva lei cosa mangiare, e quanto. A un certo punto però il corpo e la mente sono usciti fuori dal suo controllo ed è arrivata al punto di vomitare tutto quello che faticosamente riusciva a ingoiare.

«Era più forte di lei - osserva la madre, dimagrita anche lei per cercare un modo di farsi ascoltare - I nostri ragionamenti, i miei e di mio marito, non servivano a nulla. Non c’era stimolo, amicizia, pianto e supplica che potessero smuoverla. Quando andava a qualche festa dagli amici si chiudeva in bagno quando mettevano pizzette e tartine a tavola. Con noi il suo piatto era sempre vuoto: a volte c’era una foglia d’insalata. Se eravamo da amici si ritrovava una rosa o un fiore davanti, per farle capire che le eravamo vicino, che non volevamo allontanarla e che era sempre con noi, la sua famiglia».

Anna stringe la mano alla madre, affettuosamente, quasi a ricompensarla delle sofferenze che le ha inflitto. E che si è inflitta. «Sono arrivata a pesarmi quindici volte al giorno. - continua Anna - Mio padre ha sfiorato più volte l’esaurimento. Non se ne faceva una ragione: nessun ragazzo mi aveva mollata, a scuola non davo problemi; però tre volte al giorno l’incubo si riproponeva. Ogni giorno della settimana, per tutto il mese, per tutti i mesi. Non mangiavo. Restavo a capo chino davanti al piatto, che i primi tempi mio padre si ostinava a servirmi con porzioni sempre più piccole. Le ha provate tutte, poveretto, prima di arrendersi e lasciarsi andare. Noi tre andavamo molto d’accordo, eravamo una famiglia unita; a un certo punto i miei hanno cominciato a temere che il mio esempio potesse contagiare mio fratello più piccolo di due anni. Fortunatamente non è stato così».

Già, il caso. Il destino forse. O forse la domanda del padre, entrato dopo di lei dal medico: «Che cosa ti abbiamo fatto di male? Perché ci vuoi umiliare?» Anna non rispose e cominciò a piangere. Silenziosamente. Quando si asciugò le lacrime era cominciata la sua resurrezione, come la chiama oggi.

Briciola dopo briciola cominciò a prendere vitamine e a seguire i cibi come fossero medicine, pesandole al grammo, contando i chicchi di rico. Ogni tre giorni venti in più nella zuppa di verdura, Pochi grammi per volta. «Non vivrò abbastanza per chiedere scusa alle persone che mi hanno voluto bene e che mi hanno tenuto attaccata alla vita. Mi sento rinata. Un fidanzato? È presto, non voglio che un litigio possa rovinare l’equilibrio che ho ragiunto. Ma voglio provarci, nessuno può vivere evitando il rischio di sentirsi rifiutare. C’è sempre un’altra occasione. E non bisogna perderla»

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