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Il poeta Patrikios: «Io scrivo cercando gli altri e me stesso»

di Michele Fuoco
Il poeta Patrikios: «Io scrivo cercando gli altri e me stesso»

Alle 18 in S. Carlo gli verrà consegnato il riconoscimento per la sua carriera E ai giovani autori dicr: «Partecipate alla vita sociale, fate l’amore e componete»

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MODENA. «La mia poesia ha una lunga vita. Ho cominciato a pubblicare poemi a 15 anni. Ho cambiato molte volte per la visione della vita, del mondo e modi di scrivere. La mia è una poesia difficile e tanto mutata nel tempo, ma in fondo rimane la stessa: la ricerca e scoperta dell'altro e di sé, e comunicare». Ecco il senso del fare poesia di Titos Patrikios, 86enne di Atene, che oggi alle 18, al Teatro S. Carlo dove si svolge il Premio Alessandro Tassoni, riceverà il premio alla carriera.

Quali motivi affrontano i suoi versi?

«Sempre la poesia del tempo, quella di Omero e Virgilio: la vita, la morte, l'amore, la politica, la guerra. Ma ritornano in modo diverso».

Esiste una responsabilità del poeta?

«Una doppia responsabilità: verso il proprio lavoro e di fronte alla città in cui vive».

Il suo impegno...

«Sono stato impegnato perché ho partecipato alla Resistenza durante la guerra, ma non sono un politico perché non ho avuto tessere di potere. Un impegno civile e ora, in età avanzata, cerco di rivedere tutte le cose e me stesso, per capire cosa succede attorno a noi e avere un impegno responsabile, di ragione e non di occasione. L'impegno è quello di creare ponti tra la gente, combattere la solitudine».

Lei che è "engagé" a sinistra, come si può reagire a questa nuova ondata di "destrismo" in Francia e in Inghilterra?

«Per noi europei il destrismo è un grave pericolo, contro il quale dobbiamo essere uniti e mettere da parte le differenze, gli scontri interni della sinistra democratica. Dico questo perché sono assolutamente indipendente».

Il periodo della sua vita che ricorda con più piacere

«La guerra della Liberazione, quando ho avuto forti esperienze, e quello del mio vissuto a Parigi e a Roma che mi hanno profondamente trasformato. Due città di incontri, dove ho creato amicizie di lunga durata, e anche amori. Parigi mi ha dato l'attegiamento ragionevole delle cose, Roma quello estetico. Non solo a Roma ma in tutta l'Italia dominano la tenerezza umana e la bellezza dell'arte».

Difficoltà nel fare poesia...

«La più grande difficoltà è mettere due parole assieme, che tengano e non crollino. L'altra difficoltà è quella di comunicare la poesia. Ecco perché mi piace l'Italia che per la poesia fa un grande lavoro, con incontri, festival, letture pubbliche».

La sua è una poesia, si dice, "concreta". In che senso?

«Ogni poeta crea una diversa forma di poesia. Credo nella poesia di cose concrete, ma la sua grande forza è pure la metafora».

Ha avuto un padre?

«Molti poeti mi hanno influenzato, in particolare l'amico Yannis Ritsos e altri greci non molto noti. E tra gli stranieri: l'americano Whitman, i francesi Baudelaire e Rimbaud, Eluard, e tra gli italiani Dante e tanti altri, come Leopardi, per arrivare a un grande amico che è Franco Loi»

Quale significato assume una cultura, come quella greca o latina?

«Un giorno scopriremo un'altra parte importante di questa cultura, cioè quella del "classico che non invecchia". I classici sono sempre moderni. Se si leggono Catullo o Saffo, si scopre che sono modernissimi. E' la nostra cultura».

Come considera lo stato generale della poesia nel mondo e in quale paese trova migliore cittadinanza?

«C’è una maggiore attenzione da parte di tante persone, autorità alla poesia, come risulta anche dal Premio che mi danno a Modena. Un fatto sociale importante. Ma bisogna stare attenti per evitare il grande intervento statale sulla cultura. Ciò è stato sempre catastrofico. La poesia è coltivata bene non solo nei paesi del Mediterraneo, ma dappertutto ha una sua propria vita. Pure nell'Europa del Nord e nei paesi asiatici. La poesia è l'arte più praticata. Ma è la meno letta».

Quali consigli per un giovane poeta?

«Partecipare alla vita sociale e politica, fare all'amore, e lavorare nella poesia. Si deve scrivere la poesia almeno 20 volte per essere sicuri che essa sia finita»

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